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Alberto Alicata: le mie Barbie tra le icone della fotografia

libro interviste fotografia

intervista di Enrico Ratto

Alberto, intanto congratulazioni, questa notte hai vinto il Primo Premio nella categoria Staged dei Sony World Photography Awards 2016. Che progetto è ICONIC B?

ICONIC B ripercorre la storia della fotografia di moda degli ultimi cinquant’anni utilizzando come soggetto la Barbie, uno dei simboli della cultura occidentale contemporanea. L’idea è nata osservando una delle più famose foto di Guy Bourdin, la modella con le gambe tra il pavimento e la parete. Ho provato a ricreare quella foto utilizzando una Barbie e il risultato mi è piaciuto, sia a livello progettuale sia estetico.
Da quel momento ho iniziato una ricerca sui grandi fotografi che si sono occupati di moda negli ultimi cinquant’anni. Ho lavorato sulle foto dei grandi del bianco e nero come Richard Avedon, Irving Penn, Gian Paolo Barbieri, Helmut Newton e sui fotografi che hanno utilizzato il colore in maniera differente come David LaChapelle, Guy Bourdin, Mario Testino.

Una serie che parte dalla fotografia di moda ma si realizza nello still life.

Non sono un fotografo di still life. Lo still life è stato lo strumento per riuscire a realizzare il progetto. Tutte le foto sono state realizzate su set in scala ridotta, ma il metodo di lavoro che ho seguito è stato molto simile ai progetti in grande scala.

Come è nata l’idea di inserire le Barbie nelle foto dei grandi autori?

L’idea nasce durante il mio percorso di studi in fotografia. Dovevo eseguire alcuni scatti still life con alcune stoviglie ma non mi sembrava interessante fare gli scatti a piatti e forchette, così ho iniziato a pensare a qualcosa che fosse il più vicino possibile alla moda. Guardando l’immagine di Guy Bourdin, ho notato che le gambe della modella somigliavano molto a quelle di una bambola. Da quel momento ho pensato alla bambola per eccellenza e quindi alla Barbie.

Hai invertito il paradigma: la Barbie assomiglia alla modella.

Esatto. I fotografi di moda hanno spesso affrontato questo passaggio, hanno cercato di fare assomigliare la modella alla Barbie. L’obiettivo di questo lavoro è trasformare la Barbie in una modella in carne ed ossa, ovvero smaterializzare la modella. Un lavoro che mi ha colpito fortemente è stato quello di Gianpaolo Sgura, che qualche anno fa ha inserito le modelle all’interno delle confezioni delle Barbie.

In pratica come hai riprodotto questa serie di immagini?

Una volta scelta l’immagine da riprodurre, effettuavo una ricerca molto dettagliata sul set, sulla location, sulle luci e sull’abbigliamento della modella. La parte più complicata in assoluto è stata riprodurre la foto-icona in modo quasi identico all’originale.

Sono fotografie più lunghe da costruire che da scattare.

Il momento dello scatto è sempre stato molto rapido mentre la ricerca per ogni foto è durata settimane, a volte mesi. Ho contattato persone specializzate nel ricostruire gli abiti in miniatura, mentre dei set me ne sono occupato direttamente io grazie ad un passato nell’ambito della scenografia.
La maggior parte delle foto sono realizzate in interno, su un tavolo da still life, altre in esterno. Per la foto di Helmut Newton con la ragazza mangiata dal coccodrillo ho usato il pavimento del mio terrazzo, era in marmo ed era perfetto. Per ricreare l’outfit di Audrey Hepburn nella foto di Gian Paolo Barbieri ho impiegato più o meno un mese.

Penso sia più difficile fotografare una Barbie rispetto ad una modella.

Quando hai una modella davanti puoi chiederle di mettersi in una determinata posizione, invece con la Barbie, per quanto sia snodabile, spesso ho dovuto riscaldare la superficie di gomma e modellarla. Oppure ho dovuto togliere un braccio, metterlo nella posizione corretta e riattacarlo.

E l’espressività?

Ho deciso di non ricreare mai l’espressione dell’originale, nemmeno modificando la foto in post produzione. Era opportuno mantenere una costante all’interno del progetto, l’espressione della Barbie con il suo sorriso e gli occhi molto aperti. La foto su cui ho avuto la maggiore difficoltà è stata quella di Audrey Hepburn, perché non mi trovavo di fronte ad una modella ma ad un’attrice che dell’espressività ha fatto la sua caratteristica peculiare, è stato molto difficile colmare il gap con la forza della foto originale.

Fino ad ora abbiamo parlato delle tue foto e delle foto originali. Ma a te questo confronto interessa?

Le fotografie originali sono la porta per entrare nel progetto. Questo lavoro è destinato a tutti, anche a chi non conosce la fotografia, perché nasce da immagini famose e riconoscibili da chiunque abbia a che fare con la cultura contemporanea. Una volta entrati nel progetto, la chiave di lettura diventa però la Barbie.

Nella foto che riprende la campagna Jesus di Oliviero Toscani, la Barbie non si vede in volto eppure è chiaro che è lei.

Si, per questo ho mantenuto il marchio stampato sulla plastica e lo snodo della gamba che spunta dagli shorts. Sono i dettagli che fanno capire che si tratta di una bambola. La stessa Barbie, a sua volta, doveva mantenere elementi immediatamente riconoscibili.

Tu parti da foto che sono state scattate per un determinato scopo e su una determinata idea dell’autore. Per la foto di Oliviero Toscani, ad esempio, l’impianto culturale è molto forte. Questo è un aspetto che nel tuo progetto entra?

No, non vado a vedere questo aspetto. A me interessa partire dalla foto-icona perché è cristallizzata nel nostro immaginario, al di là delle ragioni per cui è stata scattata.

La donna araba di Shirin Neshat non è una foto di moda.

Ho aggiunto quella foto alla serie subito dopo gli attentati di Parigi. Nei giorni seguenti gli attentati ho deciso di fare qualcosa a modo mio e nell’arco di tre ore ho comprato il materiale che mi serviva, ho ricostruito la canna del fucile e ho tagliato la stoffa per creare una sorta di burqa. È l’unica foto della serie che non riguarda la moda, è una mia interpretazione diretta di un fatto di attualità.

Consideri chiusa questa serie o pensi di proseguire?

Per ora penso che la sia chiusa. Ma più avanti potrei allargare il progetto a più soggetti, a fotografie che non parlino di moda, come ho fatto per Parigi.

Da domani, dove presenterai questo progetto?

Intanto i Sony Awards esporranno ICONIC B alla Somerset House di Londra fino all’8 maggio. Ma la prima mostra vera e propria sarà organizzata l’11 maggio alla galleria DaDAEast di Milano, dove presenterò ufficialmente tutte le quindici fotografie della serie, con la curatela di Benedetta Donato. Spero che il progetto possa essere apprezzato anche in Italia.

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