logo
christoph bangert

Christoph Bangert: dentro War Porn c’è la fotografia che deumanizza

interviste sulla fotografia

Christoph, ci sono persone che rifiutano di vedere le immagini contenute nel tuo libro War Porn. Perché?

Di fronte alle persone che non hanno il coraggio di vedere queste fotografie, critico prima di tutto me stesso. La ragione per cui questo libro non è stato pubblicato prima è che io per primo non ho mai aperto e selezionato queste fotografie. Molte immagini erano chiuse nei miei hard disk e non ricordavo nemmeno di averle scattate.
Il mio cervello le aveva rimosse, e questa è stata una cosa buona, nel senso che ho potuto dormire la notte. Ma è stato anche pericoloso: se non le ricordavo io, nessun altro poteva vederle. La seconda critica è verso il mondo dell’editoria: le redazioni hanno sempre detto che queste immagini erano troppo forti, orribili, e non avrebbero potuto mostrarle ai loro lettori. Il terzo livello di critica è rivolta a tutti noi. Noi non guardiamo a queste immagini in modo naturale, non sono immagini a cui siamo abituati. Tuttavia, in un certo contesto, dovremmo abituarci a guardarle.

Il fotografo non può quindi limitarsi scattare la fotografia, deve lavorare per farla uscire dall’hard disk, deve riuscire a mostrarla.

Il fotografo crea dei ricordi nelle menti delle persone. La fotografia crea ricordi personali come nessun altro medium: non i film, non i testi scritti, non le pitture. Ma dar vita ai ricordi è una responsabilità per il fotografo. I fotografi e le redazioni hanno una responsabilità e, se si auto censurano, nessuno potrà vedere queste fotografie, e nessuno potrà vedere questi aspetti degli eventi.

È una cosa naturale e che riesco a capire perfettamente. Quando ho scattato queste foto, ho avuto difficoltà a guardarle. La reazione naturale è guardare da un’altra parte. Solo successivamente ho detto ok, questo è quel che è successo, e queste sono le foto che lo documentano. Sono fotografie che naturalmente mostrano una mia interpretazione e una mia rappresentazione della realtà, ma sono basate sulla realtà degli eventi, sulla loro conoscenza diretta.

Pensi che mettere una macchina fotografica tra sé stessi e i soggetti, in altre parole assistere a questi eventi per professione, faciliti le cose?

La macchina fotografica è solo una questione tecnica, niente di più. Io vado a vedere questi eventi perché sono un giornalista, non perché sono un turista che scatta fotografie. Il mio lavoro è documentare quello che vedo. A volte, fare questo è molto difficile dal punto di vista emotivo, ma devo farlo. È il mio lavoro, non è semplice, ma ho questa responsabilità. Se ciò che vedo è troppo per me, se non sono adatto a questo tipo di lavoro, probabilmente non avevo il diritto di andare fino lì.

Quando un lettore guarda questo libro per la prima volta ha uno shock. Pensi che dopo dieci o quindici fotografie tutto si appiattisca e il lettore finisca per abituarsi?

Penso che il cambiamento avviene tra la prima lettura e le letture successive. Guardi questo libro la prima volta e hai uno shock. Alla seconda lettura, riconosci le fotografie e il libro va oltre questa emozione iniziale. Inizia così una sorta di riflessione, il lettore inizia a pensare agli eventi, non solo alle immagini.

È per questo che le didascalie sono in fondo al libro e non vicino alle foto?

Sì, è un aspetto importante. Volevo che le persone guardassero le immagini senza le didascalie. Le didascalie sono importanti, forniscono il contesto, ma quando guardiamo una serie di fotografie è molto difficile per gli occhi non leggere le didascalie. Qualche volta, ad una mostra guardiamo solo le didascalie, una dopo l’altra.

Perché hai scelto il piccolo formato?

Il piccolo formato è molto importante per questo libro. È intimo e personale, puoi guardare questo libro solamente in solitudine. Il libro grande formato tende ad essere guardato da varie persone insieme, mentre questo libro è adatto ad una persona alla volta. È un dialogo tra me e te. Per questo ho deciso di non fare mostre.

Hai rifiutato di fare mostre?

È molto difficile trovare il giusto contesto per queste fotografie. Mi è stato chiesto di fare mostre, ma la mostra è uno show e non ho voluto portare queste foto in uno show. La mostra ha un’inaugurazione durante la quale le persone camminano tra le fotografie di guerra con un bicchiere di vino in mano, e questo per me non funziona. Prima di questo lavoro, ho fatto mostre dei miei lavori dall’Iraq, e non mi sentivo a mio agio.

Perché hai usato il termine porn nel titolo?

È una sfida. Questo tipo di fotografia è voyeristica, deumanizza, è pornografica. Ciò che è accaduto a queste persone è incredibilmente deumanizzante, non posso immaginare qualcosa che deumanizzi più di questi eventi. Inoltre, come succede con le Pussy Riot, per me è divertente vedere alcuni giornalisti, soprattutto quelli molto seri, che pronunciano spesso questa parola quando devono parlare del mio libro.

Tu hai iniziato facendo fotografie durante i tuoi viaggi in Sud America, avevano a che fare più con l’avventura che con la guerra. Poi perché hai accettato incarichi dalle zone di guerra?

Bisogna dire che la guerra è sempre un’avventura. I fotoreporter spesso dicono che la ragione del loro lavoro è dar voce alle persone che non hanno voce, che è un lavoro molto importante, si sentono un po’ eroi. Noi siamo giornalisti, crediamo al nostro lavoro, ma chi fa questo lavoro deve essere molto onesto: io lo faccio perché credo nei valori del giornalismo, ma ho anche iniziato perché ero molto giovane, molto stupido, perché non volevo fare lo stesso mestiere dei miei genitori, non volevo vivere la mia vita come gli altri, volevo fare qualcosa di più grande e importante. Non è molto bello da dire, ma è la verità.

Perché hai scelto la fotografia per fare tutto questo?

Ero interessato al medium. Non mi interessavano i video, la scrittura. La fotografia è una via incredibile per documentare la realtà.

Maledetti Fotografi potrebbe ricevere una commissione da Amazon.it per i link contenuti in questo articolo.