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Don McCullin: ho deciso di condannarmi alla pace

interviste sulla fotografia

Questa intervista è stata realizzata da Frank Horvat e fa parte del libro Entre Vues, una serie di conversazioni con alcuni tra i più importanti fotografi del ‘900. La versione italiana è pubblicata per la prima volta su Maledetti Fotografi.

Per cominciare, devo dire che non mi sento qualificato per parlare di fotografia di guerra: perché non mi sono mai trovato in una guerra. Non che lo rimpianga – non sono cose che si rimpiangono – ma il fatto di non avere mai conosciuto la realtà della violenza fa sì che la mia esistenza mi sembri a volte un po’ irreale. Uno dei rari episodi di violenza della mia vita risale alla mia infanzia. La storia è così banale che ti farà sorridere, ma la racconterò ugualmente, perché dà l’idea della differenza tra noi. All’inizio della guerra del 1939, eravamo rifugiati in una piccola città svizzera, i cui abitanti ci facevano pesare il fatto che gli dovevamo la vita e si credevano in diritto di maltrattarci un po’. I miei compagni di liceo, in particolare, si erano coalizzati contro di me, motivati un po’ dall’antisemitismo che era nell’aria, un po’ semplicemente dall’antipatia che doveva ispirargli quel ragazzo grosso e maldestro che non capiva il loro dialetto e che evitava di fare a botte. Una volta, dopo la scuola, mi hanno teso un’imboscata. Neanche con troppa cattiveria, se ci ripenso. Uno solo è uscito dal gruppo per affrontarmi e non era nemmeno il più forte. Ma non ci voleva di più, lui sapeva tirare di boxe ed io no. È finita come puoi immaginare. Ma l’interesse della storia, e la ragione per cui la racconto, è che un quarto d’ora più tardi, quando mi sono ritrovato solo a contarmi i lividi, ho provato un sollievo nuovo, inatteso: finalmente sapevo cosa significasse battersi. Il confronto fisico, che nella mia immaginazione sembrava così spaventoso, era diventato una realtà, era stato un brutto momento, ma mi ero un po’ difeso ed ero ancora là per dirmelo.

È una buona storia. Io non ho mai evitato il confronto fisico, anche di fronte a uomini molto più forti di me. Mi capita di avere paura, certamente, ma non lo mostro. Se un soldato mi colpisce non gli faccio vedere che ho paura. Ma tu non hai nulla da rimpiangere, probabilmente la tua educazione ti ha dato cose che uno come me non ha avuto. Certe persone, dopo aver letto la mia prefazione di Homecoming mi hanno trovato delle qualità intellettuali – ma forse sbagliano. Quel testo non l’ho scritto, l’ho solamente registrato su nastro magnetico e ogni parola è stata una lotta con me stesso. Io sono cresciuto nell’ignoranza, nella povertà e nella superstizione, e ne porterò il marchio per tutta la vita. È un veleno di cui non ci si libera.

La prima cosa che mi viene in mente, guardando certe foto di Homecoming, è che sono degli autoritratti. In particolare l’Uomo con le colombe, ma anche altre, come Mister Britain. È così che tu le senti?

Mister Britain lo prendevo un po’ in giro, ma l’Uomo con le colombe lo rispetto. È un minatore, cresciuto in uno dei luoghi più sinistri delle isole britanniche, ed eccolo che accarezza questi simboli di bellezza e di libertà. Ma mi riconosco soprattutto nel barbone irlandese, quello che somiglia a Nettuno. È melanconico e dignitoso. Può sembrare strano parlare di dignità a proposito di queste persone, eppure è questo che le caratterizza e che cerco di mostrare. Una dignità che aumenta con la sofferenza, come se proprio la sofferenza gli desse la forza di continuare a combattere. La madre biafrana per esempio, con il bambino al seno: non riesco ad immaginare un essere più dignitoso.

Le tue foto mi fanno pensare a delle crocifissioni.

In un certo senso lo sono. Mi capita spesso di dirmi ateo, ma quando le difficoltà diventano serie, smetto di esserlo: come quella volta in Uganda, quando sono stato imprigionato e battuto dai soldati di Idi Amin, o quell’altra volta in Cambogia, quando mi sono ritrovato sotto uno sbarramento d’artiglieria. Allora mi metto in ginocchio, in senso figurato quanto meno, e prego: Dio mio, salvami. E qualcosa fa sì che riesco a cavarmela. Il sentimento religioso che senti nelle mie foto forse viene da là. Quando le persone soffrono, alzano lo sguardo al cielo, come se l’aiuto dovesse venire dall’alto – ed è in quel momento che io scatto.

Noi tutti portiamo la crocifissione in noi, anche se non siamo cristiani. Non foss’altro perché l’abbiamo vista così spesso rappresentata.

Ma mi chiedo se le rappresentazioni che io ne faccio non siano troppo facili, se io non utilizzi la crocifissione come un cliché. Come ho raccontato in Homecoming, sono stato educato molto duramente, da maestri che erano gli ultimi rappresentanti del sistema vittoriano. Al mattino ci facevano cantare gli inni in chiesa, e dopo la chiesa ci picchiavano, sotto un pretesto o un altro, per esempio perché non avevamo lucidato abbastanza bene le nostre scarpe. Ho finito per detestare la religione e per non andare più in chiesa, ma non so se ho avuto ragione. Io sono un uomo aperto alla compassione e lo voglio restare, ma non so se la compassione è possibile senza religione.
D’altra parte ho lavorato per i giornali, e questo vuol dire che ho manipolato le persone, che ho sfruttato le loro reazioni di fronte alla miseria e alla sofferenza, essendo io stesso a mia volta manipolato. Dunque mi sento colpevole in tutti i sensi, da una parte nei confronti della religione che non pratico, dall’altra nei confronti di tutte quelle persone che mi sono lasciato dietro, sul punto di morire di fame o di essere assassinate, mentre io ripartivo tranquillamente, con la mia pellicola esposta nella valigetta. Non sopporto più questo senso di colpa, non voglio più dovermi dire continuamente: Non sono stato io a uccidere quell’uomo, non sono stato io a lasciare morire di fame quel bambino. Voglio fotografare paesaggi e fiori: ho deciso di condannarmi alla pace.

Mi sono chiesto a tuo proposito: Non sarà forse proprio la sua crocifissione che Don McCullin rappresenta? E mi son risposto che molti altri artisti l’hanno fatto, da Michelangelo a Gauguin, passando per Rembrandt e Goya.

Sì, forse siamo tutti come Cristo sulla croce. Forse ognuno di noi desidera la propria crocifissione.

Per espiare le nostre colpe? D’altra parte un uomo come te, dopo tutte queste sofferenze viste e vissute, potrebbe anche concludere che la sofferenza è un aspetto della vita, al quale, in ogni modo, non si può sfuggire. Il che non vuol dire che non ci si debba ribellare contro le sofferenze inutili ed evitabili…

Sono d’accordo. A volte mi chiedo se questi vent’anni della mia vita non siano stati completamente inutili. Ma poi mi dico che bisogna almeno tentare di rendere il mondo un po’ più vivibile, anche se si sa che gli uomini non cambieranno mai. Forse bisognerebbe mostrare altro che la miseria e la distruzione. Del resto, questa era stata la mia prima idea, all’inizio non volevo essere un fotografo di guerra – ed adesso non voglio più esserlo. Solo mi rendo conto che la pace è più difficile da fotografare. Fotografare la guerra non richiede talento, chiunque può fare una foto di un uomo che crepa.

Eppure tutte le foto di guerra non si equivalgono. Nelle tue – e non solo nelle tue foto di guerra – noto sempre un punto che attira l’occhio, e che è un centro di sofferenza…

Come il bambino che attende la sua cena, in piedi su una sedia?

Sì, ed ogni elemento si dispone in rapporto a questo centro, secondo una geometria che non è solo formale, come quella di Cartier-Bresson, ma che è una geometria del sentimento, in cui un volto contorto dalla sofferenza non ha lo stesso valore grafico che un’altra superficie di forma e di dimensione uguale.

Sai perché? Perché io sento il dolore di quella persona e mi identifico con lei. Quando un uomo mi guarda come per dire aiutami, e io mi rendo conto che non può parlare perché gli hanno rotta la mascella, io cerco di rispondergli con lo sguardo, di far dire ai miei occhi: Ti sento. Ti vedo. Vorrei poterti aiutare.
Eppure lo fotografo, e nel momento in cui lo faccio mi sento vile, mi dico che invece di venirgli in aiuto, non faccio che acuire la sua sofferenza, che probabilmente quest’uomo non sopravvivrà, che l’aiuto di cui ha bisogno non gli sarà dato, o gli sarà dato troppo tardi. La sola cosa che posso fare è avvicinarmi a lui con dignità – e anche questo solo se mi trovo solo. Non si può conservare la propria dignità in mezzo a una dozzina di paparazzi che si spingono e si azzuffano intorno a un ferito, accusandosi a vicenda: Hai rovinato la mia foto, stringendo il malcapitato da così vicino che non gli resta l’aria per respirare. Io li guardo e mi chiedo: Chi sono queste persone? A Beirut, si ritrovavano la sera in un bar, discutendo di tariffe o proclamando: Se ottengo la copertina vi offro lo champagne.

Come i legionari romani che giocavano a dadi sotto la croce.

Esattamente! In mezzo a loro mi sentivo sporco. Un giorno, una donna palestinese mi ha dato un pugno, ed io ho interpretato quel colpo come un messaggio: ho capito che il mio tempo era finito, che non dovevo più rimettermi in questo genere di situazione.

Vorrei fare una distinzione. Da una parte ci sono queste immagini di supplizi, che gli artisti cristiani ci mostrano da secoli, come degli specchi del nostro destino. Dall’altra, le foto di violenza nei giornali. Le prime come le seconde ci turbano, perché ci mostrano ciò che potrebbe accadere a noi stessi. Eppure c’è un abisso tra le une e le altre. Come definire questo abisso?

Non credi che certe persone sono più sensibili di altre alle energie dell’universo? Mi troveresti ridicolo se ti dicessi che ho il presentimento di certe coincidenze, e che questo mi ha permesso di trovarmi in determinate situazioni e di uscirne vivo?

Eugene Smith diceva di avere la premonizione di ciò che sarebbe apparso nel suo mirino.

Avrei usato le stesse parole. Io ho il dono di trovarmi al posto giusto al momento giusto. O almeno di trovare il posto giusto e di aspettare pazientemente che il momento giusto arrivi. Alcuni giorni fa, sono andato sulla costa occidentale a fotografare il mare. Mi sono seduto là, guardando le nuvole e immaginando la configurazione che desideravo. Dopo due ore, le nuvole si sono disposte esattamente come volevo, ho fatto la mia foto e sono tornato a casa. Naturalmente per le foto di guerra è diverso, non desidero certo la sofferenza o la morte di nessuno. Ma queste cose succedono senza che uno le desideri e sono facili da fotografare. È molto più difficile fotografare la pace.

In primo piano nei tuoi paesaggi c’è spesso una superficie d’acqua, in cui si riflette il cielo – come se il cielo fosse sulla terra. È questa la tua idea della pace?

Per me il cielo è un’energia, lo mostro per introdurre dell’energia nelle mie foto. Ma la mia ora preferita è il crepuscolo: non posso non desiderare che tutto divenga sempre più scuro. Mi piace anche fotografare nel vento e sotto la pioggia, benché questo rovini i miei apparecchi…

Vorrei tornare alla distinzione di prima. Per quale ragione l’immagine di un uomo davanti a un plotone d’esecuzione, ammirabile in un quadro di Goya, ci sembra scioccante sulla copertina del Daily Mirror? Certamente ti poni la stessa domanda, magari in altri termini, quando presenti le tue foto di guerra in una mostra.

Una delle differenze è che una foto pubblicata su un giornale implica una serie di sfruttamenti: delle vittime, del fotografo, del lettore. Quando tornavo in redazione con le mie foto, il caporedattore esclamava: Che orrore! Sarà una buona doppia pagina! o Povera gente! È un’eccellente copertina!
E io accettavo il loro gioco, non chiedevo che di ripartire per la prossima guerra, era diventata la mia droga.

Ma adesso che è finita…

Non è finita, non lo sarà mai. Non ci sarà mai un giorno senza questi flash-back nella mia testa. Non posso traversare una via di Belgravia, o entrare da Harrods, o passeggiare sulle colline del Somerset, senza che queste immagini tornino, come gli spot alla televisione. Delle persone nell’ingresso di un palazzo di Beirut, piangenti, mentre i miliziani ricaricano le loro mitragliatrici. Li hanno massacrati qualche minuto dopo, davanti a Gilles Caron e a me. Ci siamo scambiati uno sguardo, stringendo un po’ le palpebre, e non abbiamo più detto una parola per il resto della giornata.

Ma poi, nel tuo laboratorio, tu decidi: Stamperò questa. Perché questa e non un’altra ?

Certe mi sembrano più significative, per esempio la madre nel Biafra. O la famiglia indiana con la moglie su una barella. Era morta di colera, i bambini piangevano e pestavano i piedi, io facevo finta di guardare le nuvole per non mostrare che anch’io piangevo… perché mi lascio trasportare, la gente non lo immagina, mi prendono per una specie di John Wayne della fotografia di guerra – che invece non sono e che non voglio essere.
L’uomo continuava a ripetere: Che farò? Come sfamerò i miei bambini? Dopo un po’, ho fatto un gesto al quale non posso ripensare senza vergogna: ho preso dalla tasca un pugno di soldi e glieli ho tesi. E al momento di farlo mi sono sentito sporco, avrei voluto che mi tirasse quei soldi in faccia. Aveva cinque bambini. Il più piccolo, che teneva in braccio, doveva avere l’età del mio. Queste fotografie sono documenti, non icone, non opere d’arte da appendere al muro. Non è colpa mia se la luce di Sabra e di Shatila aveva qualcosa di biblico, se le scene che si svolgevano sembravano disegnate da Goya. Io non ero lì per fare delle opere d’arte, ma per riportare dei documenti che potessero evitare il ripetersi di quegli orrori. Non voglio essere considerato un artista, non si ha il diritto di fare dell’arte con la sofferenza degli altri. Volevo fare un buon lavoro, nient’altro. Ma non voglio mai più tornare in una guerra. Voglio fotografare delle persone normali, per la strada – anche se mi chiedo se non andrò di nuovo a cercare i più miserabili, è una tendenza alla quale non so resistere.

Io credo che l’importanza del tuo lavoro non sta soltanto nell’effetto immediato sul pubblico dei giornali: questo pubblico è saturato dalle immagini che vede, le sue reazioni sono sempre più smussate e la sua opinione conta sempre meno. Ma le tue foto, al di là della loro attualità immediata, ci ricordano che la sofferenza degli altri rappresenta anche il nostro destino. Questo è stato, da sempre, il messaggio dell’arte, anche se tu rifiuti questa definizione per il tuo lavoro.

Quello che dici vale per Eugene Smith. Le sue foto sono effettivamente delle opere d’arte, come quella del morto del villaggio spagnolo, circondato dalle donne in lutto…

 … o quella della Madre di Minamata con il figlio paralizzato.

Lui stesso ha raccontato come l’aveva messa in scena, in un bagno pubblico, e il suo racconto termina con le parole: e per finire le ho dato il bacio del flash – perché il bagno era troppo scuro per lavorare senza un apporto di luce. Quella foto è stata allo stesso tempo il culmine e la fine della sua carriera, lui ne era cosciente e ne soffriva. Ma le mie foto non appartengono alla stessa categoria. Il mio solo merito è di avere notato certe attitudini corporali, sempre le stesse, attraverso le quali le persone manifestano la loro sofferenza – perchè il numero di gesti che si possono fare con due braccia e con due gambe è necessariamente limitato. Ho imparato a prevedere questi gesti e a scattare al momento giusto. Le donne nel Medio Oriente, per esempio, esprimono la loro disperazione allargando le braccia – come certi personaggi di Michelangelo. Ma non c’era bisogno di essere Michelangelo per fotografarle, a Sabra e a Shatila. Le icone sfilavano davanti a me, avrei potuto fotografarle con gli occhi chiusi.

Eppure c’erano altri fotografi sul posto, che non hanno nè visto nè fotografato le stesse cose.

Ci voleva un po’ di dignità, di fronte a persone per le quali noi eravamo come dei cani che si battono per delle ossa – che in quell’occasione erano le loro. Io cercavo di controllare l’espressione del mio viso, la postura del mio corpo e perfino il modo in cui tenevo la macchina fotografica, per mostrare che ero cosciente di ciò che quella giornata era stata per loro. E non ero vestito da paparazzo… Anche quando sono in Inghilterra io evito di andare a fotografare persone molto povere uscendo direttamente dall’hotel, a volte gli chiedo il permesso di dormire da loro, in qualche letto immondo, in una stanza abbandonata. E quando li fotografo non penso all’aereo delle sette e alla riunione di redazione del mercoledì sera. Del resto io non affido i miei rullini a nessuno, li tengo con me, come dei bambini neonati, loro non tornano al giornale che con me.

E dopo, quando ti ritrovi nel buio del tuo laboratorio, cosa succede?

Il laboratorio è come un utero, un luogo in cui mi sento separato dal mondo esterno, in cui si concentrano le energie delle mie vibrazioni, dei miei pensieri, del mio sangue. A volte mi sento come se i miei piedi si sollevassero dal suolo, ogni foglio nel rivelatore diventa magico, ogni stampa sbagliata pesa sulla mia coscienza. Ne faccio poche, raramente più di cinque al giorno. Per le stesse ragioni cerco di consumare poca pellicola, non uso mai il motore, se parto per un reportage di tre settimane, non porto con me più di trenta rullini. Tratto la mia pellicola con rispetto, sono convinto che questa è una condizione necessaria per ottenere il rispetto delle forze che mi circondano. Tu dirai che sono superstizioni, ma io ci credo. So che alla minima disattenzione la fotografia può giocarmi un brutto tiro, che ad ogni rullino che metto nell’apparecchio prendo un rischio.
È vero che la fotografia è là per tutti, che chiunque può coglierla – però lei non appartiene a nessuno. Io la rispetto come rispetto il mare: perché è talmente più grande di me. A volte, rientrando da un viaggio, mi accorgo che la pellicola è velata, perché il dorso della macchina fotografica non era chiuso bene, o per un’altra ragione qualsiasi. Non mi arrabbio, non fracasso l’apparecchio contro un muro, rido solo tra me e mi dico: Stavolta non mi ha rispettato.

Anche a me capita di immaginare la fotografia come una dea, alla quale dobbiamo i nostri sforzi, ma che concede o rifiuta le sue ricompense, secondo criteri che ci sfuggono.

Eppure io la so sedurre – o almeno ho creduto di saperlo. Ma non bisogna chiederle più di una buona foto all’anno – o forse una sola in una vita. Bisogna sapersi fermare. Sacrificare tutto al lavoro va bene, ma non sempre. A volte mi fermo e mi ubriaco come un’asino. La pace è difficile da vivere: io ero abituato a quattro o cinque guerre all’anno, in un punto del pianeta o in un altro. Per me, la vita normale non è una cosa scontata.

Quando tu dici una buona foto all’anno, questo vuol dire che tu esigi molto da una foto. Ma non c’è una contraddizione tra questa esigenza e il fatto di dire: non faccio icone?

Mi capita di contraddirmi, io non sono un intellettuale. Ma è vero: quello che cerco è una forma di perfezione.

Senza che questo ti impedisca di dire che nessuna perfezione estetica giustifica la sofferenza di un essere umano. Ma se, miracolosamente, su una bilancia immaginaria, la perfezione di un’immagine potesse riscattare, non dico la loro sofferenza, ma almeno un po’ della colpa che la loro sofferenza ti fa sentire…

Questo sarebbe davvero un miracolo. Per me, che per venticinque anni mi sono sentito il lebbroso della fotografia, il fotografo delle miserie e dei miserabili, questo sarebbe come una guarigione miracolosa, come la ricostituzione del mio vero volto. Ma non credo a un tale miracolo: non mi sembra che il mio senso di colpa possa essere riscattato da una foto particolarmente significativa, sarebbe solo un altro modo di sfruttare le vittime. Al contrario, sento che tutti questi negativi accumulati sotto il mio tetto – come una concentrazione di sofferenza – non stanno tranquilli nelle loro scatole di metallo. Mi sembra che emanino un malessere che aleggia nell’aria, che mi impedisce di sedermi a leggere un libro, come farebbe chiunque altro, che mi rende agitato, pignolo, sempre occupato a raccogliere gli oggetti, a strofinarli, a pulirli. C’è qualcosa in me che non funziona, qualcosa di snervato, d’incontrollabile.
Un altro, al mio posto, sarebbe già pazzo furioso. Un intellettuale, educato in un’università, non avrebbe resistito a ciò che ho visto io: sarebbe stato spezzato come un ramo secco. Io ho conservato un po’ d’equilibrio, forse grazie alla durezza dei miei inizi, forse perché in fondo sono molto sano.

E forse perché il tuo lavoro esige una disciplina, e questa a sua volta ti dà una struttura.

Il mio lavoro non è stato esente dal dolore. In Cambogia, sono stato ferito da un obice. Non molto gravemente, ma comunque sono stato colpito alle gambe, all’inguine e ad un orecchio. Ma avevo deciso di sopravvivere, mi ripetevo senza tregua: Non mi avranno. Striscerò sulla pancia se è necessario. E ho strisciato per seicento metri. Questo mi ha evitato di finire come Gilles Caron, che i Khmer Rossi avevano messo a morte qualche giorno prima. Ero vicino a un grande fiume, il Mekong, e mi dicevo che se si fossero avvicinati mi sarei buttato in acqua e avrei cercato di salvarmi a nuoto. Volevo sopravvivere e sono sopravvissuto. Sono convinto che certe persone siano più predisposte che altre alla follia, è come per i virus. Negli ospedali psichiatrici ho visto gente che era stata perseguitata, in particolare degli ebrei, e non posso fare a meno di credere che questo venga dal loro passato. Tu che ne pensi?

Credo che la pazzia possa venire dal senso di colpa, dall’impossibilità di vivere con questo sentimento. Ed è vero che gli ebrei sono degli specialisti del senso di colpa.

Anch’io mi sento colpevole, benché recentemente il mio senso di colpa si sia un po’ attenuato. Lorraine mi dice che è assurdo provare rimorso ogni volta che entro in un buon ristorante o in un buon hotel. Ma io continuo ad evitare questi luoghi.

Un soggetto che non tu non hai fotografato, per quanto io sappia, sono le belle donne. Eppure ne hai incontrate.

Molte. Venivano a cercarmi per le peggiori ragioni, perché il mio nome era sui giornali, perché ero un celebre fotografo di guerra. Detesto quest’espressione: fa mercenario.

Volevo dire che la bellezza fisica è stata presente nella tua vita, ma non per questo hai avuto voglia di fotografarla.

È vero che i miei figli sono belli e che mia moglie è stata bellissima. Ho conosciuto molte belle donne, ed è stato un beneficio per il mio equilibrio. Ma preferisco fotografare i bei paesaggi.

Solo che non ne mostri la bellezza, ma qualcosa d’altro – qualcosa che è in te. Questo ci riporta all’equilibrio mentale. Forse la pazzia corrisponde ad una dissoluzione delle forme. E la capacità di controllare le forme – cioè il lavoro creativo – può contribuire a preservarcene.

La pazzia è considerata come un male, ma è anche vero che la pazzia permette di sopportare certe situazioni che senza di lei sarebbero insopportabili. Quello che me ne ha preservato è stata l’autodisciplina: restare nei ranghi, non perdere mai di vista il senso comune, controllare tutto, sempre. Perché io controllo tutto, è una mania, che potrebbe bastare da sola a portarmi fuori strada – e che mi strema. Quando scendevo dall’aereo, all’altro capo del mondo, ero davvero stremato – moralmente e fisicamente – ed era proprio in quel momento che dovevo precipitarmi in prima linea, cosa che del resto facevo. Ero rinomato per questo e non chiedevo altro.

In compenso potevi ritirarti dalla prima linea quando lo volevi – a condizione di essere rimasto intero.

All’inizio facevo qualche foto e ripartivo, convinto di avere la storia. Durante la guerra dei Sei Giorni, sono rimasto solo il giorno della battaglia di Gerusalemme ed ho ripreso l’aereo l’indomani. Ma a poco a poco ho capito che bisognava restare fino alla fine. Nella cittadella di Hué, nel 1968, sono rimasto due settimane. Nella guerra del Kippur sono rimasto fino all’armistizio, benché non abbia potuto fare una sola buona foto e che il mio compagno di equipe sia stato ucciso sulle alture di Golan. All’aeroporto, mi hanno obbligato a denudarmi e piegarmi in due, per esaminare il mio ano e vedere se non trafugavo dei rullini. Nulla mi è stato risparmiato: sono stato umiliato, minacciato, picchiato, accusato di spionaggio.

Un’altra cosa che forse contribuisce al tuo equilibrio è il tempo che passi nel laboratorio – il tuo utero. So che avevi l’abitudine di tornarci sempre, anche quando eri fotografo di guerra.

Sempre. Ma è un passaggio faticoso: il messaggio non passa direttamente dal negativo alla carta, viaggia attraverso di me. A volte mi alzo durante la notte, scendo, apro le scatole e riesamino le stampe per cercare un difetto. Ancora un’ossessione! Se riesco a vivere con questa, vuol dire che sono immunizzato contro la pazzia!
Ma il laboratorio non mi serve solo a sviluppare e a stampare, è anche il luogo in cui cerco me stesso e parlo con me stesso: anche questo può sembrare pazzia, ma non lo è, credimi. È un modo di avvicinarsi alla pazzia senza lasciare che prenda il sopravvento. A volte tutto questo mi spossa e allora esco in giardino. Saresti stupito di vedere il mio giardino: è sospeso sul fianco della valle, dalla parte opposta si vedono le vacche, noi mettiamo il nostro bambino sotto un albero e ci diciamo: È questo il Paradiso! Il laboratorio può diventare crudele, bisogna sempre parlare a se stessi, o mettere la radio ed ascoltare della musica stupida. Quando ho finito, lavo e spolvero tutto meticolosamente, è come una forma di omaggio alle forze che potrebbero distruggermi. Ma non sono quelle forze che mi fanno paura, nè il laboratorio, nè la fotografia, quello che mi distruggerà è altro. Benché io sia molto forte, blindato al novantanove per cento, da tutti i lati – o quasi. Perché deve pur esserci un punto debole, lo so, forse dietro di me, dove il mio sguardo non arriva…

Ciò che dici mi sembra buona descrizione della tua foto di Mister Britain.

Non penso sia una foto così bella. L’ho scattata perché ne ho visto il lato divertente. Lo sai, io ho molto humour.

È così vulnerabile!

Io l’ho reso vulnerabile ridicolizzandolo, mostrando il suo lato femminile. Ed è questo che lui non mi perdonerebbe mai. Ma per tornare a ciò che dicevo: io credo alla logica, se si vuol sopravvivere bisogna rispettare la logica. La fotografia è come una mina che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. Bisogna girarle attorno, evitare di passarci su, rispettarla, se no vi strapperà le gambe. Io devo restare logico. Ci sono dei fotografi che rovesciano i tavoli nei ristoranti. Io non faccio di queste cose, ma mi capita di litigare. Quando qualcuno viene a dirmi: Chi le ha dato il permesso di fare quella foto? io rispondo: E lei chi è? Non mi lascerò sopraffare, mi difenderò.
È una cosa che non è sempre logica e che a volte rende la vita un po’ più complicata. Forse è questo uno dei miei punti deboli. È per questo che devo controllarmi sempre di più, controllare il mio lavoro, proteggere il mio pezzetto di terra… Solo che il mio pezzetto di terra è il mondo intero e non posso proteggerlo tutto.

Traduzione italiana di Giancarlo Biscardi,  Giugno 2003, Palermo

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