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Francesco Bosso: la scuola americana nella mia fotografia di paesaggio

interviste sulla fotografia

intervista di Enrico Ratto

Francesco Bosso, le tue fotografie semplificano la natura, la riduci a pochi elementi. Quali sono gli elementi che estrai dal paesaggio?

Sono alla ricerca di paesaggi particolari e sono attratto dalle atmosfere che ruotano intorno a questi paesaggi. Prima degli anni 2000 mi occupavo di fotografia di viaggi, di ritratti, poi ho dato iniziato questo lavoro di ricerca sul paesaggio, iniziando a fotografare i paesaggi americani con lo stile classico degli autori americani. Nel lavoro White World c’era una ricerca esasperata delle separazioni tonali, tutte realizzate in camera oscura, e nel tempo il mio lavoro è andato verso i maggiori contrasti, più forti, una ricerca di atmosfere diverse.
Ultimamente questi paesaggi stanno assumendo forme più astratte, si identificano meno con i luoghi.

La camera oscura è parte integrante del tuo processo creativo?

Assolutamente sì. Io applico il sistema americano, ho avuto la fortuna di avere grandi maestri, John Sexton e Alan Ross, assistenti di Ansel Adams, che mi hanno aperto alla fotografia analogica in bianco e nero. Partendo da questa scuola, la camera oscura ha avuto sempre più un peso importante nell’elaborazione dei miei lavori. Lavoro solo in analogico.

È una questione di principio o più pratica, legata al risultato che vuoi ottenere?

Entrambe le cose. Intanto c’è un approccio diverso lavorando in pellicola con il grande formato. C’è una lentezza delle operazioni, occorrono quindici o venti minuti per uno scatto, e tutto questo è distante da chi fotografa in digitale e ha la possibilità di fare nello stesso tempo venti scatti e poi selezionare in una fase successiva.
Per quanto riguarda l’utilizzo dei mezzi, c’è poi un discorso di affezione, sono legato all’utilizzo di questi materiali. Credo che oggi la tecnica digitale consenta di ottenere ottimi risultati, ma mio avviso c’è ancora una forte differenza di qualità sulle stampe. Siccome il mio lavoro si concretizza in una stampa, allora lì vedo la differenza. Infine, per chi si approccia al mercato attraverso le gallerie, una stampa analogica ha un valore maggiore rispetto ad una digitale.

Credi sia importante definire i luoghi in cui sono state realizzate le tue fotografie o cerchi di decontestualizzare?

Per quanto mi riguarda tendo assolutamente a decontestualizzare. Guardando i miei lavori credo si faccia fatica a riconoscere i luoghi. A parte Golden Light, una scattata in Islanda, gli altri lavori sono realizzati in tutto il mondo, soprattutto After Dark, il lavoro che sto preparando. In After Dark le immagini hanno in comune atmosfere e suggestioni che non sono legate a nessun luogo. Creo inoltre dittici di immagini scattate in luoghi molto diversi, dalla Hawaii alla Thailandia. Non è il luogo che ha importanza, ma la sua atmosfera e le similitidini grafiche.

Anche per i tuoi collezionisti non è importante il luogo?

Il pubblico ha una certa curiosità nel conoscere i luoghi. A volte si crea un legame affettivo tra il luogo e le persone. Ognuno di noi ha stereotipi a cui fa riferimento, e quando guarda un’immagine cerca di ritrovarsi secondo quella che è la sua visione. Io cerco di sorprendere l’osservatore mostrando alcuni luoghi in una visione diversa, per esempio nel lavoro Golden Light ho fotografato l’Islanda in una chiave molto particolare.

Uno degli aspetti più interessanti del tuo lavoro è ciò che non si vede: il tempo. Che funzione ha il tempo nelle tue immagini?

Intanto per me la fotografia è fermare il tempo, a differenza di altre forme di comunicazione si tratta di fermare un istante e rappresentarlo. Più che di tempo, però, parlerei di movimento. Per me la fotografia ferma un attimo, è riferita ad un singolo momento.

I grandi spazi che fotografi trovano la loro espressione in stampe di grande formato o ritieni le due cose indipendenti?

I formati in cui lavoro sono il 50×60 e il 70×100, formati già abbastanza impegnativi per la camera oscura. Per la Biennale di Venezia sto preparando un’opera più grande, due metri per uno di altezza. La realizzo in camera oscura, sono tre pannelli affiancati.
Ultimamente c’è una forte richiesta del mercato nel fare stampe grandi e io condivido poco questa tendenza. Una stampa piccola costringe l’osservatore ad avvicinarsi e ad entrare di più nel mondo fotografato.

Quanto tempo hai lavorato su un progetto come The beauty between order and disorder che presenterai a maggio a Venezia al Centro Culturale Candiani?

Questo progetto racchiude opere tratte da miei lavori precedenti. È stata fatta una selezione di stampe che rientravano in questo tema della bellezza e del disordine. Si tratta di oltre sessanta opere ed era già in cantiere prima della conferma della mia presenza in Biennale all’interno della mostra Present Nearness curata da Susan Mains e Francesco Elisei.

In passato hai lavorato anche sui ritratti. È cambiato molto il tuo approccio alla fotografia quando sei passato dai ritratti al paesaggio?

Moltissimo. Sono due lavori completamente diversi, richiedono approcci diversi e attrezzature diverse. Quando realizzavo ritratti lavoravo con una Reflex Canon 35mm e dovevo avere necessariamente questa attrezzatura per ottenere velocità di scatto.  Invece, per quanto riguarda la fotografia di paesaggio, il tempo è un fattore secondario, si può studiare la scena, tornare in un altro momento, scegliere la luce con una maggiore calma.
Per quanto riguarda la ricerca dei soggetti, l’approccio non è molto differente. Anche quando partivo per fare reportage di viaggio, alle spalle c’erano un progetto ed una ricerca ben precisa. I libri che poi ho pubblicato, Swahili è realizzato in Africa ed è una ricerca su una serie di tribù africane, alcune di esse a rischio di estinzione che ho cercato in luoghi molto difficili da raggiungere, tutte localizzate nell’area sud-est dell’Africa e accomunate dalla lingua Swahili.
Anche il progetto sulla Cina aveva come concept la ricerca delle cinquantasette minoranze etniche che vivono quest’area del mondo. È una moltitudine di popoli che ancora oggi conserva la loro originalità etnica. È straordinario vedere come queste popolazioni riescono a sopravvivere a conservare la loro etnia anche sotto le grandissima pressione del governo cinese. Una ricerca durata tre anni.

C’era quindi una ricerca sociale ed antropologica nei tuoi primi progetti che nei paesaggi non c’è.

Nei paesaggi c’è assolutamente l’assenza dell’uomo. Anche se alcune volte la presenza dell’uomo può essere suggerita da determinati elementi, prediligo i paesaggi naturali incontaminati.

Perché è così importante l’influenza americana, da Edward Weston ad Ansel Adams, nella tua ricerca fotografica?

Ho incontrato Kim Weston durante uno dei miei primi viaggi americani dedicati alla fotografia. Ho così scoperto la cultura americana della fotografia, molto diversa dalla mia cultura della fotografia. Mi ha attratto questo modo di interpretare la fotografia, in termini di approccio visuale dell’immagine.
Da lì è partito il mio interesse e ho cominciato a studiare con questi maestri. Ho approfondito l’aspetto tecnico e la grammatica della fotografia in bianco e nero, che nella scuola americana è declinata ai massimi livelli. Quando ho incontrato queste persone pensavo di saper fotografare e pensavo di saper stampare. Mi sono reso conto che sapevo fotografare poco e che non sapevo fotografare per niente.
Questa cultura mi ha appassionato e ho iniziato ad apprendere tutti i metodi che mi consentivano di raggiungere i risultati estetici che vedevo nelle loro stampe ma che non sapevo raggiungere in termini qualitativi.

Quanti anni fa ti sei avvicinato a questo metodo?

Una decina di anni fa. Il mio percorso fotografico è cambiato completamente, sono cambiate le attrezzature, i materiali, le tecniche.

Se oggi riguardi ai tuoi primi lavori, continuano ad appartenerti?

Assolutamente sì. Sono cose diverse. In quei lavori c’è comunque tanto della mia vita e del mio lavoro fotografico, sono lavori fatti con una forte emozione. Il lavoro degli ultimi dieci anni è totalmente diverso, oggi c’è una ricerca più poetica, più astratta, più personale.

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