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Frank Kunert: con i miei modellini gioco a fare Dio

interviste sulla fotografia

intervista di Enrico Ratto

Frank, quando ho comprato il tuo libro, Wonderland, mi sono subito interessato ai modellini che costruisci e poi fotografi. Su che cosa ti concentri quando realizzi a mano un modellino?

Penso che l’architettura dica sempre qualcosa sulla società, sulle persone che vivono nelle loro case o nei dintorni di esse. Ci sono storie personali dietro ogni costruzione e le persone lasciano sempre una traccia della loro presenza. Quando costruisco uno dei miei modelli, penso sempre a come condurre le persone lentamente dentro la scena, quasi come se entrassero lentamente dentro una casa sconosciuta. Cerco di concentrarmi sulla storia che desidero raccontare.

La fotografia spesso ferma la realtà. Nel tuo lavoro, la realtà viene fermata un gradino prima, durante la costruzione del modello, è corretto?

Sì, è corretto. In molte scene per me c’è una tensione alla calma prima della tempesta, come se ogni cosa potesse collassare da un momento all’altro. Qualcosa può succedere. Inoltre, nei miei modelli sono sempre assenti le persone. Nelle immagini che ne traggo è come se le persone stessero aspettando di entrare nei loro spazi, o come se li avessero abbandonati da poco, lasciando dietro di sé solo tracce.

Perché hai bisogno di ricostruire fisicamente il mondo e non utilizzi invece il computer?

Penso di aver bisogno di lavorare sempre con le mie mani. Amo la sensazione del tatto, del lavoro aptico, l’esperienza diretta di tagliare, modellare, incollare e, naturalmente, di lavorare con la luce reale. Non penso che potrei trasmettere la stessa esperienza con un computer, ma naturalmente altre persone possono farlo. E durante il mio lavoro la storia si sviluppa da sola. Infine, spesso ci sono piccoli errori nelle mie creazioni, e io penso che il più delle volte questi errori rendando le immagini più affascinanti.

Che cosa ti affascina del mondo reale? 

Sono affascinato dalle tracce della vita e della natura. Non mi piace sfocare le tracce e pretendere di dominare la nostra presenza e la nostra mortalità. E cerco di trasferire questi pensieri nei miei piccoli mondi.

Perché lavori su modelli così piccoli e non su scala più grande, per esempio con enormi scenografie?

È più facile per me avere una visione di insieme se lavoro su un modello piccolo. Per me è un po’ come giocare a fare Dio.

Pensi che un gioco abbia sempre bisogno di senso dell’umorismo?

Oh, non saprei. Ma penso che in molte sfere della vita sia interessante avere una combinazione di aspetti differenti, come l’umorismo e la profondità, la commedia e la tragedia, è l’assurdità della vita. Certo, per me è più facile vivere con humor.

Nei tuoi piccoli mondi c’è amore per l’architettura, ma anche per la relazione tra le persone, tra i valori che ci circondano…. è questo l’obiettivo del tuo lavoro?

Sì!

Quando giochi con la realtà, il più delle volte complichi cose semplici. Apparentemente gli oggetti e le strutture dei tuoi mondi non hanno una funzionalità.

Chi abita i miei piccoli mondi ha trovato soluzioni per rendere le loro vite più confortevoli e per risolvere le difficoltà di ogni giorno, e lo hanno fatto attraverso soluzioni occasionali che spesso nascono dal bizzarro e mancano della soluzione più semplice, la più immediata. Nei miei mondi, tutto questo è un gesto simbolico. In molti dei miei lavori tutto è stato pensato e il risultato consiste in un insieme senza senso di soluzioni funzionali.

Crei l’illusione solo per il punto di vista della macchina fotografica. Macchina fotografica e modellino devono necessariamente coesistere?

Sì, durante la costruzione del modello guardo sempre nella mia macchina fotografica, passo dopo passo. Questo rende più semplice, per me, avere una visione chiara della composizione.

I titoli sono molto importanti nel tuo lavoro. Ci forniscono un punto di inizio per capire l’opera?

Non sempre, ma la maggior parte delle volte è così.

Pensi che un giorno uscirai dal tuo laboratorio per fotografare il mondo reale?

No, non penso che lo farò.

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