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Gabriele Orlini: vado alla ricerca delle storie, e le storie sono fatte dagli uomini

intervista di Enrico Ratto


Gabriele Orlini
, tra qualche settimana tornerai a Buenos Aires. Che cosa ti interessa dell’Argentina?

Andrò a Buenos Aires per un lavoro che è iniziato nel 2015. È un Paese con il quale ho trovato immediatamente un’affinità, probabilmente per quel modo con cui gli argentini affrontano la vita, con molta passione ma con la consapevolezza che qualcosa potrà andare male.

Nel 2015 hai iniziato un progetto a lungo termine sul femicidio. Di che cosa si tratta?

Tutto è nato dopo aver letto un testo dell’antropologa porteña Milena Annecchiaro che indagava sulla presenza, in Argentina, degli afro-discendenti. In un passaggio del suo lavoro, e con vena poetica, scriveva: “Los argentinos también descendemos de esos barcos” (Noi argentini discendiamo anche da quelle navi), facendo riferimento alle barche che trasportavano i migranti dall’Africa all’America Latina.
Affascinato da queste parole, anche in seguito ai miei lavori in Africa, decisi di tornare in Argentina per fare un progetto sulla identità di quel paese di migranti, iniziandolo dal basso, dalle comunità socialmente più deboli, nelle Villa Miseria. È così che sono entrato in contatto con un altro fenomeno, quello del femicidio, della violenza sulla donna in ambito domestico. All’interno di queste realtà, infatti, ho trovato una situazione nella quale la donna, per quanto fosse un volano molto importante per la famiglia, rappresentava una parte delle proprietà dell’uomo, e la violenza su ragazze molto giovani era un argomento pressoché quotidiano nelle cronache locali.

Ci sono reazioni a questa condizione?

Posso dire che mi sono trovato a Buenos Aires nei giorni in cui c’è stata la manifestazione organizzata dal movimento NiUnaMenos, durante la quale sono scese in piazza più di cinquecentomila persone. Io vivo in una città che conta duecento quarantamila abitanti, trovarne in una manifestazione il doppio è stato travolgente. Il femicidio non è, come si potrebbe immaginare, circoscritto solo alle aree rurali o nelle comunità originarie. È un fenomeno presente anche all’interno delle grandi metropoli, complice anche una politica di governo inadatta nel contrastarlo, tanto che negli anni si sono fatte varie interrogazioni alle Nazioni Unite.

Sono argomenti molto grandi. La fotografia è sufficiente a raccontare questi temi o sono necessari altri strumenti?

Il canale di sensibilizzazione non può essere uno solo. Giornalisti, antropologi, sociologi, tutti devono contribuire a parlare di questo fenomeno. La fotografia non è assolutamente sufficiente. Il mio progetto sul femicidio in Argentina, Yoeva, infatti è corredato anche dalle testimonianze dirette delle persone che vado a fotografare, la voce delle loro storie. Ma è solo una piccola parte.

C’è differenza c’è tra il tuo approccio alla storia e quello di un fotogiornalista?

Non sono un fotoreporter da breaking news. Non è il mio modo di lavorare e non fa parte della mia esperienza. Mi occupo preferibilmente di progetti a medio termine perché, prima di raccontarli, voglio comprenderli in prima persona. Non riporto la notizia, ma scavo sulle sue ragioni e sulle sue cause. La macchina fotografica entra nel mio lavoro solo dopo aver ascoltato e trascorso del tempo con le persone che vado a narrare.

Parliamo di distacco e di coinvolgimento. Quanto sei coinvolto nella storia che racconti?

Molto. E credo sia una cosa inevitabile o forse sono io incapace nel tenermi distaccato. Nel momento in cui entro in un lavoro, tendo a voler vivere, dormire, mangiare con le persone che fotografo. Mi rendo anche conto che questo può suonare presuntuoso in quanto io, ad un certo punto, tornerò nella mia vita normale, mentre loro continueranno nella propria quotidianità. Ed è anche vero che la volontà di lasciarsi coinvolgere in questo modo dalle storie porta anche ad una sorta di alienazione: un distacco dalla vita che hai lasciato a casa. In quel momento stai vivendo la vita di qualcun altro. Ed è per questa ragione e per la parte di vita dedicata a viverne una che non mi appartiene, che il lavoro svolto, la storia narrata ha la valenza di dono.

E quanto decidi di non andare oltre?

Dire quando mi fermo è più complicato. Mi sono fermato le volte in cui mi sono reso conto che il mio intervento, il mio coinvolgimento, non avrebbe portato nessun vantaggio alle persone che stavo raccontando.

Perché la tua fotografia mette al centro l’uomo?

La condizione umana è sempre presente. Se voglio raccontare storie, devo per forza partire dell’uomo. È l’uomo a trasformare i fatti in storia. Al mondo esistono i fatti, gli avvenimenti, le cose che accadono. Tutto questo diventa una storia nel momento in cui qualcuno è disposto a raccontare quei fatti, e qualcuno è disposto ad ascoltarli. Vado alla ricerca delle storie, e le storie sono fatte dagli uomini.

Sei più interessato alle storie dei singoli o ai fenomeni nella loro interezza?

Sono più sensibile alle storie dei singoli ma, naturalmente, per arrivare alle storie del singolo capita di partire da un fenomeno, da qualcosa che puoi osservare in modo aggregato. Anche nei miei lavori realizzati in zone di guerra, l’attenzione maggiore è rivolta verso la persona e, tramite la sua storia, racconto un fenomeno di carattere generale. Posso dire di essere molto più attratto da una storia raccontata sottovoce piuttosto che da quella urlata da un megafono.

Ti chiedi mai se la storia che vuoi seguire, possa avere un riscontro immediato, se sia contemporanea?

Se per contemporaneo intendiamo ciò che è più facilmente vendibile, certamente questo è un problema, ma non quello primario. Può succedere che si possa non riconoscere immediatamente il senso di una storia, non la si riesca ad inserire nel flusso.
Ma mi piace pensare che la maggior parte delle storie che oggi accadono siano contemporanee in quanto nascono da fatti accaduti. E per questo la loro documentazione varrà anche tra dieci anni, semplicemente perché sono state narrate.

Ti assumi un alto rischio, e non parlo di sicurezza e incolumità, per fare il tuo lavoro?

Più che rischio, mi prendo il diritto di cambiare idea. Ho grandi convinzioni e la prima di queste è quella di poter cambiare idea anche in corso d’opera. Non ho storie drammatiche alle spalle, sono cresciuto in una famiglia corretta, ho fatto studi umanistici e ho vissuto una serie di vite molto diverse tra loro. La mia educazione mi porta a scegliere tranquillamente ciò in cui credo, non ho timore nell’affermare qualcosa, di negarlo o di evolvere quel pensiero. Quindi, se parliamo di rischi direi che non ce ne sono perché non mi pongo particolari limiti.

Hai iniziato a fare fotografia sette anni fa, piuttosto di recente. Questo ha cambiato molto la tua vita?

L’ha cambiata completamente. La mia vita è cambiata nel senso che riesco a prendermi il tempo che desidero e posso vivere la storia che voglio vivere.

Il lavoro del fotoreporter è sempre considerato solitario. Però si possono formare collettivi o gruppi di lavoro come quello di cui fai parte tu, Gli occhi della guerra. Che cosa aggiunge far parte di un gruppo?

Il mio lavoro di fotoreporter è molto spesso in solitaria. Ma la ragione è semplice: se tu vuoi entrare all’interno di una storia insieme a qualcun altro, hai bisogno di qualcuno che la veda come te, con il quale ci sia una grande affinità, perché non ti puoi permettere di essere distratto da altre cose. “Gli occhi della guerra” non è un collettivo, siamo un gruppo di professionisti che collaborano con una struttura. Il valore aggiunto è lo scambio di esperienze. Poi, hai bisogno di ripulirti quanto più possibile per immergerti in un contesto. E questo è un processo in solitaria.

Non hai conosciuto gli anni d’oro della fotografia, hai iniziato quando il sistema editoriale era già in crisi, per cui non dedichi tempo a fare confronti con il passato. Che cosa funziona molto bene, oggi, nel sistema della fotografia giornalistica ed editoriale?

All’inizio del mio percorso professionale nella fotografia, ho iniziato a mettermi in contatto con alcune agenzie che pensavo potessero rappresentarmi. Non ho avuto alcuna risposta e ad un certo punto ho smesso di cercarne. Quello che c’è di buono oggi sono i maggiori canali, la possibilità di distribuire il proprio lavoro anche in modo autonomo. Anche un singolo può riuscirci, mentre una volta l’agenzia era una realtà necessaria ed inevitabile. Supponendo che quello di prima fosse un mondo buono per il fotogionalismo e che quello attuale non lo sia più, l’unica alternativa è che il mondo di domani possa essere diverso. Per quel che mi riguarda, il buono è proprio poter rivolgere lo sguardo solo verso ciò che verrà. Non avendo l’imprinting di quelli che erano “i bei tempi”, posso solo ragionare su ciò che posso costruire oggi.

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