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Gian Paolo Barbieri: il mio ideale di eleganza, di purezza, di composizione

interviste sulla fotografia

intervista di Enrico Ratto – Ritratto di Hermes Mereghetti

 

Gian Paolo Barbieri, partiamo dagli anni settanta e da una sua scelta: restare a Milano. In quel momento la moda italiana era agli inizi, di fotografia di moda in Italia non si parlava, ma lei è rimasto qui. Che cosa aveva intuito?

Il prêt-à-porter italiano non era ancora nato, è nato nel 1972. Era un periodo in cui ci si trovava nell’ufficio di Armani in Corso Venezia, c’era anche Ferré e poi arrivarono Dolce & Gabbana, Versace, Krizia. In sintesi, l’argomento era questo: noi siamo italiani, abbiamo un retaggio storico che ci invidia tutto il mondo, perché non possiamo dare scacco matto alla Francia? Quindi gli stilisti cercarono di restare uniti e nel 1972 ci fu la prima presentazione del prêt-à-porter italiano.

E c’era bisogno di fotografi.

In realtà tutti questi pensieri non mi riguardavano più di tanto. Semplicemente, mi davano i lavori da fare e io non mi sono mai fatto molte domande, non mi sono mai reso conto di essere bravo. Lavoravo. Hanno iniziato a venire tutti da me, lavoravo il sabato e la domenica, poi rientravo a casa, aprivo la porta e andavo in crisi. Non ce la facevo più dal troppo lavoro.

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Si è trovato a fare fotografia di moda perché le sono arrivati tutti questi incarichi?

È stato automatico solo in parte. Venivo dal cinema e dopo Roma sono andato in Francia come assistente di Tom Kublin per le collezioni di alta moda. Qui scoprii la mia passione per la moda. Fui presentato a Tom da un amico. In quel periodo lavoravo da un antiquario, un giorno ricevetti una lettera di questo amico che mi disse che ero stato scelto da Tom Kublin e di presentarmi al Windsor Hotel per conoscerlo. Io sono andato all’appuntamento elegantissimo, col mio tre bottoni blu, i bottoni di tartaruga, gli occhiali di tartaruga. Tom mi guardò da capo a piedi e mi disse di non presentarmi in studio vestito in quel modo. E mi disse anche tu stai con me due giorni, se funzioni fai le collezioni, se non funzioni torni a Milano. Fu molto rude. A quel punto ce l’ho messa tutta.

Come era la sua giornata?

Lavoravamo di notte, finivamo alle cinque del mattino. All’alba, riportavo tutte le cappelliere e i vestiti a Dior, a Saint Laurent, agli altri stilisti. Alle otto e mezza del mattino correvo a lasciare i test al laboratorio colore. Quando avevo finito, prendevo il taxi e andavo fuori Parigi dove portavo i rullini bianco e nero allo stampatore di Tom. Era uno stampatore fantastico. Quando rientravo da Levallois-Perret, tornavo al laboratorio colore e controllavo il lavoro. A quel punto era quasi mezzogiorno, andavo con i test colore all’albergo di Tom che nel frattempo si era svegliato. Lui controllava i colori, mi dava l’ok e io tornavo al laboratorio per dare l’ok a mia volta. Erano le due del pomeriggio e alle quattro e mezzo dovevo essere pronto in studio. Allora tornavo al mio albergo per lavarmi, mangiare qualcosa, prendevo una mela, delle vitamine, stavo nell’acqua calda un’ora o due ore. Mi vestivo, andavo in studio dove dovevo preparare il lavoro per la notte.

Questa mole di lavoro su commissione, questo ritmo, frenava la sua voglia di ricerca personale?

In quel periodo la testa era tutta impostata ad aiutare Tom e fare tutto quello che c’era da fare. Un giorno mi disse che Dior, per una collezione, si era ispirato ai colori di Chagall, mi chiese quindi di portargli delle idee per allestire lo studio su questo tema. Io sapevo vita e miracoli di Chagall, sapevo tutto, amavo l’arte. Quel giorno, dopo il mio giro, non sono andato in albergo, sono andato a comprare moltissimi bicchieri uno diverso dall’altro, poi ho comprato i colori, il blu elettrico di Chagall, i gialli, i bordeaux. Poi sono andato al mercato dei fiori e ho comprato tutte le mimose e i gladioli che ho trovato. Ho preparato due tavoli con tutti questi colori, ho preso dei vasi e ci ho messo dentro tutti i fiori. Ad un certo punto Tom scende le scale dello studio e mi dice ma io non ti avevo mica chiesto tanto. Alla fine del mese mi disse che non aveva mai avuto un assistente come me.

La ricerca ha iniziato a farla negli anni ’90, con i lavori nei Mari del Sud.

Sì, è successo un fatto che mi ha aiutato. Quando morì il dottor Sartori, storico direttore di Vogue Italia, scelsero la nuova direttrice, Franca Sozzani. La Sozzani lavorava per giornali Condé Nast meno importanti di Vogue. Quando è diventata direttrice di Vogue, ha immediatamente tagliato tutti i collaboratori, anche i fotografi. Credo che questo abbia sconvolto il mercato italiano, non ha più dato la possibilità di far emergere un fotografo, un assistente, uno studio, un laboratorio, un parrucchiere. Tutto si è spostato verso l’America. In quel momento sono rimasto stranito, poi ho capito che avrei avuto il tempo di fare altro.

Ha avuto il tempo per fare la sua ricerca.

Ho detto sono un fotografo, ho fatto moda fino ad adesso e la moda mi ha dato questa formazione. Ho quindi applicato le mie competenze ai reportage in giro per il mondo. Ho fatto così i miei tre libri sul Madagascar, su Tahiti e Seychelles.

Oggi ha ritrovato interesse per la moda?

La moda intesa come al nostro tempo non c’è più. È completamente finita, non ha più quella classe e quella purezza. La moda di oggi è troppo violenta, baraccona, troppo forte. Funziona molto bene l’accessorio.

L’eleganza è sempre stata il suo riferimento.

Io avevo questo ideale dell’eleganza, della purezza, della composizione. Quando ho avuto l’onore di conoscere Avedon, parlammo proprio di queste cose.

Come conobbe Avedon?

Quando sono tornato in Italia dalla Francia, ebbi l’impressione che qualcosa non funzionava. Quando ho iniziato a lavorare qui in Italia con alcune riviste, le redattrici mi dicevano cose assurde, dicevano di non tagliare le foto, che le avrebbero tagliate loro. C’erano tutte queste incongruenze.
Il mio mentore, il mio nord, il mio sud era Richard Avedon. Così ho detto, vado da Avedon, voglio capire. Sono andato in America ma Avedon non mi ha ricevuto. Sono tornato in Europa. Dall’America però sono tornato con delle conferme.
Ho incontrato Avedon quindici anni dopo, ero a Parigi per un catalogo e lui lavorava nello stesso studio. Quando Vogue e Bazaar America lavoravano con Avedon, volevano tutti gli studi solo per lui. Io non avevo ancora finito il mio lavoro, e
ro nel corridoio e la direttrice di Vogue America si avvicina e mi domanda lei è il signor Barbieri? mi giro e dietro di lei c’era Avedon. Avedon viene da me e mi dice volevo incontrarla, Barbieri, perché sono un suo grande ammiratore, colleziono tutte le sue foto più belle.
Anni dopo, Isa Stoppi mi ha spiegato che Avedon aveva nello studio alcune sue foto scattate da me e le ha detto non ti posso più fotografare, perché non potrei fare foto come quelle che ti ha fatto Barbieri.

Con quali stilisti ha potuto esprimersi meglio?

Il primo è stato Valentino. Poi ho lavorato quindici anni con Ferrè. Poi ci sono stati Saint Laurent e Dolce & Gabbana. Con Ferré credo di aver espresso al meglio il mio lavoro. L’ho sempre reputato il miglior stilista che abbiamo avuto in Italia. Con lui ho avuto un rapporto molto open, senza mai problemi, si parlava di tutto. Dolce & Gabbana mi hanno aiutato moltissimo durante le prime collezioni. Non ho mai avuto problemi con gli stilisti.

Ha avuto lo stesso rapporto anche con le modelle?

Con le modelle ho sempre avuto un rapporto stupendo, penso a Isa Stoppi e Ivana Bastianello. Con loro c’era un feeling d’affetto, d’amore, c’era vera intesa. Ingmari Lamy, lei non era per niente alta, ma quando cominciava a truccarsi, si sedeva, cominciava a posare, tu le vedevi la bellezza che le usciva dall’anima.

Per molto tempo non ha fotografato l’uomo.

Quando ho cominciato con l’uomo è stato un boom. Ero molto amico di Marco Reati, art director dell’Uomo Vogue e con lui ho fatto lavori fantastici. All’inizio avevo il terrore di lavorare con l’uomo, perché vedevo i miei amici che quando lavoravano con un determinato tipo di donne anteponevano il discorso sessuale al lavoro, e io temevo che mi potesse succedere la stessa cosa. Invece non me ne è mai fregato niente.

Se apre il suo archivio, quale visione del mondo pensa di aver trasmesso?

Quando c’è stata la mia prima retrospettiva, nel 2007 a Palazzo Reale, ho visto tutte le mie foto appese al muro e ho pensato io ho fatto tutta questa roba?

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