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Giovanni Presutti: in Contemporanea le mie metropoli europee

intervista di Enrico Ratto

Giovanni Presutti è stato ospite dell’appuntamento del 6 agosto 2015 con Il Caffé dei Maledetti Fotografi a LABottega di Marina di Pietrasanta.

Giovanni, il tuo libro Contemporanea è estremamente curato, sia nella versione classica sia nella sua versione fine art. Hai impiegato più tempo a scattare le fotografie o a realizzare il libro?

Ho iniziato a lavorare a Contemporanea nel 2009, il soggetto sono le architetture europee degli ultimi dieci anni. Il progetto fotografico è durato dal 2009 al 2013, un periodo piuttosto lungo perché, per ogni nuova città, identificavo tutte le architetture, i palazzi, i ponti, realizzati in quella metropoli negli ultimi dieci anni. Inoltre, alcune luoghi così semplici da raggiungere, per esempio a Madrid ci sono molte opere di social housing fuori dal centro.
Il libro è nato prima di aver finito il lavoro fotografico, mi mancavano due città. Ho mostrato il progetto ad un agente, il quale mi ha chiesto i provini delle stampe per mostrarli, durante il Salone di Francoforte, ad un editore cinese. L’editore si è innamorato del progetto.

È stata così semplice la fase di editing e pubblicazione?

Non molto. Per due anni il libro è stato pubblicizzato su Amazon, c’era il pdf, era pronto il layout, c’era il codice ISBN, ma il libro ancora non esisteva. L’editore credeva molto in questo progetto, ha investito molto, ma il libro per un certo periodo non c’è stato. Poi la situazione si è sboccata.

Il lavoro di un fotografo italiano che fotografa architetture europee e viene pubblicato da un editore cinese-americano. Che cosa ha visto l’editore in questo progetto?

Lui è un editore che ha lavorato molto sulle architetture. Sicuramente è stato importante il fatto che il lavoro avesse una visione autoriale molto precisa. Il fatto che sia stata data una visione ampia dell’Europa. A livello storico, in questo libro è impressa una documentazione della realtà delle architetture contemporanee euroepee.

In questa tua ricerca, apparentemente estetica, c’è una forte componente critica.

Oltre al lavoro estetico, il mio scopo era raccontare come su un territorio come l’Europa, in un determinato periodo di tempo, l’architettura abbia pressoché uno stile identico. Gli incarichi sono dati agli stessi nomi, agli stessi architetti, le variazioni dei progetti e dei materiali è minima, dalla Spagna, all’Olanda all’Italia.

Tu non sei un fotografo di architettura, i tuoi lavori passati sono molto diversi da Contemporanea e non hanno a che fare con l’architettura. Il filo conduttore è questa tua critica allo stato delle cose?

Ripetere la stessa tipologia di lavoro per me è impossibile. Per me il progetto ha un inizio ed una fine. Ho fotografato per anni architetture, ma non sono un fotografo di architettura. Quello che unisce i miei lavori è un’analisi critica della contemporaneità. Contemporanea ha una forma precisa, nella quale non entra mai la presenza umana, tranne che per il fatto che sono opere costruite dall’uomo. Dependency è invece un lavoro in cui analizzo le dipendenze attraverso venti scene, dalle dipendenze più classiche alle più sottili come libri, musica, lavoro, internet, cose apparentemente vissute come passioni ma che possono diventare dipendenze.

Quando capisci che un progetto è concluso?

Lo capisco dentro me stesso, capisco che ad un certo punto non ho più l’entusiasmo nel fotografare determinate cose. Questo succede quando capisco di aver completato un certo percorso. Se un lavoro parte, ho la visione completa di ciò che voglio fare, però il momento preciso in cui lo completo è quando perdo l’energia per portarlo avanti.

In questo periodo c’è molta, forse troppa documentazione. Tu fai lavori di critica della società senza mai fare pura documentazione.

Non ho mai fatto documentazione, reportage o fotogiornalismo. Ho sempre voluto lavorare sul significato profondo, sul simbolo, a volte anche sull’ironia. Con Dependency questo tipo di racconto è molto evidente, racconto la dipendenza in modo molto diversa, aggirandone la rappresentazione.

Il tuo mercato di riferimento sono le gallerie e i libri.

Assolutamente. Questo è quello che mi piace fare.

Questo libro, Contemporanea, pensi possa essere declinato in una mostra?

Sì, l’editore vorrebbe partire con un ciclo di mostre a Singapore e Shanghai. Naturalmente è un progetto di cui cogli la profondità se vedi tutte le centotrenta immagini, per questo oggi che esiste il libro, una selezione di stampe possono andare in mostra. Ciò che vorrei narrare è lo stile uniforme delle architetture.

Di solito mostri il progetto mentre lo pensi e lo costruisci?

No, tendo a farlo vedere alla fine. Se ne parlo, lo faccio con miei compagni del collettivo Synap(see). Non lo mostro finché non è completato perché potrebbe prendere un’altra direzione, potrebbe evolversi. Mi confronto con i curatori con cui lavoro, con il collettivo, con i photo editor.

Che contributo porta il collettivo Synap(see)?

All’interno del collettivo ci diamo temi annuali e spesso riesco a far coincidere il tema del collettivo con un lavoro scelto da me. Da quest’anno abbiamo avviato la collaborazione con curatore che sta cercando di lavorare molto di più sull’essere collettivo, piuttosto che su una serie di lavori personali che poi confluiscono nel collettivo.

Da dove ti arrivano i segnali che un certo tema può funzionare, che è contemporaneo?

Guardandomi dentro, tutto parte dall’emozione che provo leggendo i giornali, navigando su internet, leggendo i libri. C’è un qualcosa che arriva da fuori e che dentro ti colpisce, ti emoziona e nel quale ti rivedi. Arriva dentro e poi cerchi di capire se si può riflettere anche sugli altri.

Maledetti Fotografi potrebbe ricevere una commissione da Amazon.it per i link contenuti in questo articolo.