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Guido Harari: la musica è immagine

interviste sulla fotografia

Guido Harari, una lunga carriera: quali sono stati i più importanti momenti di svolta?

Paradossalmente ho cominciato fotografando e collaborando con artisti internazionali, da Klaus Schulze a Bob Dylan e Lou Reed. In Italia è stato il mio lavoro con Fabrizio De André a farmi conoscere alla fine degli anni Settanta. La prima svolta importante è stata la mia collaborazione con Claudio Baglioni col libro Notti di note, reportage della prima, grande tournée dell’artista realizzato in una chiave assolutamente inedita per l’Italia.
Poi, a metà degli anni Novanta, l’altra svolta è stata quella di farmi apprezzare come ritrattista a tutto campo, togliendomi una volta per tutte l’etichetta di fotografo rock. Da allora la mia attività si è sviluppata in ogni settore, dalla fotografia istituzionale al reportage, alla moda, alla pubblicità.
Un’altra svolta importante è avvenuta nel 2001 con il libro E poi, il futuro dedicato a Fabrizio De André, subito seguito da The Beat Goes On, realizzato insieme a Fernanda Pivano. Con questo progetto ho scoperto di poter fotografare senza macchina fotografica, facendo piazza pulita delle frustrazioni legate al cosiddetto “attimo fuggente”.
Ho capito come realizzare la fotografia più completa e gratificante del mio soggetto. Da allora ho pubblicato diversi libri importanti in questa chiave, ancora su De André e poi su Gaber e Mia Martini. Ne sto proprio ora completando uno, per me di capitale importanza, su Pier Paolo Pasolini, che vedrà la luce a novembre 2014.

Le sue foto sono un incontro, frutto spesso di un rapporto personale con il soggetto. Per raccontare una storia le è sufficiente una singola fotografia o si sente più a suo agio nel reportage, nel lavoro di lungo periodo?

Basta anche una sola fotografia, ben azzeccata e carica di significato. Spesso è impossibile stabilire un vero contatto col soggetto prima dello shooting e quindi occorre drizzare bene le antenne e far scattare in un nanosecondo una specie di intesa che renda fluida il più possibile la comunicazione tra noi.
Ma certo, preferisco la costruzione di un rapporto a lungo termine, con numerose occasioni di approfondimento, che mi consenta di sviluppare un progetto che vada oltre lo scatto singolo.
Così è stato soprattutto, tra i tanti, con De André, Lou Reed e Vinicio Capossela.

La fotografia di una rockstar ci racconta come va il mondo?

No, ci racconta solo le distorsioni e le deviazioni dell’immaginario della musica e, forse, un po’ dell’andamento del costume e delle tendenze della moda.
Nessuna rockstar, neppure la più stradaiola, è davvero a livello della strada.
La vita vera scorre altrove, con le sue ferite aperte e le sue eterne contraddizioni.

Lei ha detto che la fotografia le ha permesso di accedere a persone straordinarie, conoscerle, approfondirle. Pensa ci sia stato sempre uno scambio tra lei e i suoi soggetti?

Certo, magari non proprio con tutti. È straordinario avere la possibilità di annusare il soggetto, stando nel suo stesso metro quadrato anche per pochi minuti.
Si spera poi di far scattare un’empatia, di individuare all’istante un terreno comune su cui imbastire un livello di comunicazione che si traduca in immagini significanti e non solo riuscite dal punto di vista estetico. Spesso mi è capitato di intuire la necessità, anzi quasi il desiderio da parte dell’altro, di dare respiro al rapporto, di non irrigidirlo subito in una dimensione sterilmente lavorativa o professionale.
In questo è cruciale avere e manifestare una curiosità verso il soggetto, un desiderio di incontro, che non può essere solo professionalità.

Che differenza c’è tra un ritratto e una fotografia di scena?

La fotografia live, da anni penalizzata e svilita poiché ridotta ai primi brani di un concerto, è la chiave di un amplesso con la gestualità dell’artista, con l’unica vera dimensione di fisicità estrema di cui sia consapevole. È l’occasione di uno studio approfondito che dovrebbe sempre precedere il ritratto.
Ci sono poi artisti che appassiscono sul fondale, che hanno bisogno di vita reale intorno per esprimere se stessi. È importante tenerne conto per non confinarli in un mero gioco estetico.

Se il soggetto è un artista, una persona che ha già dato emozione al suo pubblico, è inevitabile che l’osservatore aggiunga molto alla fotografia di Guido Harari. Lei pensa che il suo scatto abbia la funzione di una scintilla su cui poi ognuno ritrova le proprie storie?

Ogni fan che si rispetti ha un suo immaginario, ricavato da mille fonti diverse, e anch’io sono e rimango un fan.
La sfida è riuscire a spostarsi per portare alla luce qualcosa di inedito e personale, non necessariamente migliore di quanto già colto da altri fotografi, ma pur sempre unico e speciale.
Personalmente mi è capitato con Tom Waits, Joni Mitchell, Peter Gabriel e molti altri.
Apprezzo molto quando qualcuno ritrova nelle mie foto corrispondenze tra il soggetto e il suo mondo musicale e visivo, attribuendo loro una sostanziale credibilità. Ancor più mi entusiasma quando è il soggetto stesso a riconoscersi nelle mie fotografie. È il caso di David Crosby, De André, Lou Reed e altri ancora.

Perché ha deciso di aprire una sua galleria, la Wall of Sound Gallery, ad Alba?

Perché attendevo da dieci anni almeno, cioè dall’apertura, da parte del fotografo Henry Diltz, della sua Morrison Hotel Gallery a New York, che qualcuno in Italia cominciasse a storicizzare la fotografia musicale.
E non intendo solo portare in Italia le immagini iconiche dei grandi autori internazionali, ma soprattutto spalancare gli archivi storici delle grandi agenzie e degli autori più misconosciuti.
Negli ultimi dieci anni, realizzando i miei libri, ho avuto accesso a materiali straordinari, spesso inediti, che permetterebbero di ricostruire un incredibile viaggio visivo attraverso sessant’anni di musica italiana e non solo.
La missione di Wall Of Sound Gallery è proprio questa: recuperare e ricomporre un immaginario collettivo, legato alla musica, come nessuno ha mai fatto finora in questo Paese.

In una delle sue fotografie più note, Fabrizio De André è sdraiato in un corridoio accanto ad una serie di caloriferi. Fotografare la persona, fuori da qualsiasi scena, contribuisce a costruirne il mito?

Quella foto di De André, assolutamente non costruita, è entrata nell’immaginario collettivo dei suoi fans, forse perché nettamente diversa da tutta l’iconografia dell’artista. Lì, per una volta, è colto come uno dei tanti personaggi di deriva delle sue canzoni.
Semmai quella fotografia lo ha reso più umano, mostrandolo più accessibile, vulnerabile e reale. Se questo significa costruire un mito, non direi.
Un mito deve tutto a un ideale di irraggiungibilità, di divismo: si pensi alle star hollywoodiane degli anni Quaranta, a personaggi più recenti come Madonna o Lady Gaga. Ma si rischia spesso di sconfinare nel marketing e nella mistificazione.

La storia della musica, un’arte priva di immagini, è fatta di fotografie. Dove è il paradosso?

La musica è immagine. Come decodificare la musica di Jimi Hendrix o di Charlie Parker senza avere negli occhi le immagini del primo che incendia la sua Stratocaster sul palco del festival di Monterey o quelle del secondo, immerso in un atroce doppiopetto, avvolto nel fumo dei locali jazz del Dopoguerra?
La musica è immagine fin dalla copertina del disco, fin dalla grafica. Ad esempio, si vedano Bitches Brew di Miles Davis con le immagini d Mati Klarwein, o Disraeli Gears dei Cream, illustrato da Martin Sharp.
E’ immagine fin dal look dell’artista stesso, che in anni più recenti si affida al video.
I due linguaggi sono e resteranno sempre intimamente intrecciati.

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