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Massimo Vitali: voglio vedere che cosa fa la gente

interviste sulla fotografia

intervista di Enrico Ratto

Guarda il video dell’intervista pubblica a Massimo Vitali condotta da Enrico Ratto nell’ambito della rassegna Il Caffé dei Maledetti Fotografi.

Massimo Vitali, quello delle spiagge, in realtà ha iniziato come fotogiornalista.

Diciamo che sono un fotogiornalista pentito. Le mie foto di quel periodo sono chiuse in un armadio e non le voglio più vedere. Ho iniziato a fare fotografie quando ero al liceo, poi dal fotogiornalismo sono passato al cinema, tutto questo con risultati sicuramente mediocri. Ad un certo punto della mia vita ho pensato che dovessi mettermi a fare qualche cosa che veramente mi interessava. Ho incominciato a fare veramente fotografia a cinquant’anni e negli ultimi venti anni ho sviluppato un discorso coerente all’interno dell’arte contemporanea.

A cinquant’anni hai pensato di voler lavorare nell’arte contemporanea?

No, se uno pensa ora voglio fare arte contemporanea, sbaglia in partenza. Bisogna lasciarsi portare dall’onda. Io ho avuto la fortuna di pensare seriamente alla fotografia in un momento in cui stavano avvenendo tanti cambiamenti in questo mondo.

A metà degli anni novanta, hai colto un momento particolare del rapporto tra fotografia e arte contemporanea.

In realtà è stato tutto più fortuito e casuale di quanto si pensi. Se uno vuole fare in modo che le cose non siano casuali fa molta più fatica, è difficile forzare le situazioni. Ho avuto la fortuna di lavorare sui miei progetti in un momento di transizione per la fotografia.

Anche le fotografie delle spiagge nascono in modo fortuito e casuale?

Ho iniziato a fotografare la spiaggia in modo modo casuale, ho fatto la prima foto alla spiaggia libera di Marina di Pietrasanta perché dovevo provare un cavalletto costruito insieme ad un amico e una macchina fotografica, una 20×25. Volevo provare questa attrezzatura e sono andato in spiaggia. Era l’estate del 1994, Berlusconi aveva vinto le elezioni e devo dire che ero interessato anche alla gente che vedevo sulla spiaggia.

Ho letto in una intervista che hai scattato la prima spiaggia perché volevi vedere in faccia la gente che aveva votato Berlusconi.

Sì, mi interessava. Volevo vedere in faccia la gente. Ho un interesse genuino nei confronti della gente che fotografo.

Chi ti imita sembra avere interesse soltanto per la tua estetica.

A me fa molto piacere essere imitato. Ma tutti quelli che hanno fotografato alla Vitali non hanno capito di che cosa stessi parlando. Copiano l’estetica, l’assenza di ombre, di contrasti, i colori chiari.
Il mio punto di ripresa, che è di circa cinque metri, non è casuale, infatti non uso il drone o l’elicottero. Io voglio vedere che cosa fa la gente, voglio avere un rapporto con la gente, voglio sentirla. Per esempio, non mi interessa la geografia del luogo.

Il collezionista è interessato a sapere dove hai scattato la foto?

Purtroppo sì. Tutte le volte io cerco di dire che non importa dove ho fatto quella foto, quello che importa è il dettaglio, è immaginare che cosa sta pensando il signore con i pantaloncini rossi. Certo che le mie foto hanno il mare di un certo colore, le spiagge sono più bianche del solito, ma alla fine ciò che importa è tutt’altro, è il rapporto con la gente.

Qui c’è una contraddizione che penso sia centrale nel tuo lavoro. I critici dicono che le spiagge di Massimo Vitali rendono anonime le persone.

Per me sono tutt’altro che anonime. I collezionisti più avveduti ogni tanto mi dicono che entrano in un rapporto mentale con alcune persone ritratte nella foto, inventano delle storie, diventano amici.

Ma le persone che entrano nell’immagine non sanno di essere fotografate.

Di solito no. Anche perché oggi è totalmente ininfluente essere fotografati, c’è un’abitudine all’essere fotografati.

Quello dello scatto è l’ultimo passaggio del tuo lavoro, tutta la ricerca è dietro.

La fotografia è composta da venti per cento di immagine, venti per cento di stampa, il resto è montaggio e cornice.

Sessanta per cento di marketing.

Io non vendo un’immagine. Le mie fotografie sono su internet, chiunque le può scaricare e a me non interessa. Io vendo un oggetto da appendere al muro, una cornice, un’opera che pesa quaranta chili.

Non hai alcun tabù su questo punto.

No, certo. Agli inizi, ho fatto una mostra da un gallerista con sei fotografie. Gli parlai delle altre foto che avevo in mente, dei miei nuovi progetti. Lui mi disse non hai capito niente. Ora per due anni, in qualunque parte del mondo tu esporrai, dovrai portare solo queste sei fotografie. Aveva perfettamente ragione. Perché alle grandi fiere di arte contemporanea e di fotografia ci sono migliaia di cose appese ed è essenziale essere riconosciuti. Dopo due anni, anche se non conoscevano il mio nome, mi riconoscevano come quello delle spiagge.

Hai iniziato a vendere foto in un periodo in cui i galleristi hanno iniziato ad insistere sulla numerazione e sulle edizioni, una invenzione tutta loro che nulla aveva a che fare con la fotografia.

Certo. Non è che io limiti la possibilità alla gente di fruire delle mie foto. Le mie foto sono presenti dappertutto, si possono vedere su internet, scaricare e condividere. Però dal momento che io entro nel meccanismo dell’arte contemporanea, accetto che ci sia una scarsità del bene fisico.

Un altro tabù che cade. Dici chiaramente che le tue foto sono belle e sono da appendere al muro.

La fotografia quando è nata aveva questo enorme complesso di inferiorità verso la pittura. Per tanto tempo la bella fotografia si è ispirata a canoni che già erano pessimi nel 1880, figuriamoci oggi. La fotografia si è liberata quando ha smesso di usare i codici dell’art pompier della fine del secolo, e ha iniziato ad usare i codici dell’arte contemporanea.

Tu vieni spesso citato insieme ad Andreas Gursky, ma non credo che si tratti solo di un fatto di stampe di grande formato. Penso ci sia anche l’esigenza di rappresentare la realtà su più piani, mostrarla in modo più complesso rispetto a chi tende ad isolare gli elementi, col bianco e nero, con i forti contrasti, e a stabilire che in una scena i soggetti siano pochi e chiari e tutto il resto è sfondo.

Certo. Devo dire che una delle grandi invenzioni dei tedeschi è che hanno scoperto che le foto si possono fare da lontano. Per fare un ritratto non devo andare a dieci centimetri dalla faccia, posso restare distante, a cinque metri d’altezza e avere un’immagine più complessa e stratificata.
Questo è un genere di fotografia lontana, complicata, contraddittoria, difficile da spiegare. Quello che ci metto di mio, ed è una cosa italiana, è il bisogno di essere vicino alla gente che fotografo.

I tuoi collezionisti esteri, cioè la maggior parte, riconosce la tua italianità?

Sono stato subito definito uno della scuola tedesca ma senza le costrizioni e le durezze di questa scuola. Prendiamo la foto del Reno di Gursky, lui ha tolto tutto. Lui è uno che sottrae.

Tu aggiungi?

A me basta quello che c’è.

Nella tua vita hai scattato 4700 fotografie, tante quante ne scatta un fotogiornalista in una settimana. Rinunci a molte idee?

Il marketing deve servire a qualcosa. A me è servito a fare in modo che le foto delle spiagge mi portassero a vendere anche le altre foto, le altre idee. Sto facendo un lavoro sulle popolazioni indigene del centro e sudamerica. Oggi lo posso fare, se lo avessi fatte vent’anni fa non sarebbe interessato a nessuno.
Oggi mi interessa essere messo di fronte a problemi che io non affronterei da solo. Per questo mi capita di accettare incarichi come, per esempio, il New York Times che mi manda a Roma a fotografare l’Angelus del Papa.

Dopo vent’anni, che cosa rende immediatamente riconoscibile una tua foto, anche quando cambiano i soggetti e i contesti?

Questa è una cosa che vede il committente. Mi dicono: vogliamo una foto Vitali.

Quando fai lavori corporate, te lo chiedono ancora di più?

Nei lavori corporate cerco sempre di mettere quella componente in più che mi interessa. Se fotografo per un’azienda che fa costumi da bagno, nella foto ci sono persone che hanno una mia immagine stampata sulla stoffa del costume da bagno. Ho realizzato la foto con le caratteristiche richieste dall’azienda, ma poi abbiamo trovato questa idea per rendere tutto più interessante.

Hai chiaro a quale punto del tuo percorso ti trovi?

Assolutamente sì. So che sono con una galleria con cui non dovrei essere, so quali sono gli errori, so perché vendo alcune cose e perché non ne vendo altre. Ho ottime gallerie che non vendono nulla ma che fanno mostre intelligenti e ho gallerie molto meno interessanti ma che vendono molto. Ho deciso, per esempio, di stare con un paio di gallerie di livello medio-basso che però vendono molto.

Se non vendessi, smetteresti di fare fotografie?

Assolutamente no. Se una cosa mi diverte, io continuo a farla.

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