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Monika Bulaj: fotografare è un gioco molto serio

libro interviste fotografia

intervista di Enrico Ratto. Foto di Hermes Mereghetti


Monika Bulaj
, il suo lavoro passa attraverso il viaggio, la fotografia, la narrazione. Quale è l’obiettivo di questo percorso?

È una domanda molto grande. Il mio lavoro si articola su diversi temi ma ha un filone narrativo molto preciso. È un lavoro sulla spiritualità dell’essere umano, ma questo non significa che sia un lavoro sulla religione. D’altra parte è anche un lavoro legato alla memoria delle guerre antiche e che, oggi, finisce per legarsi necessariamente alle guerre in corso. Infine è un lavoro anche filologico, nasce dalla parola, la fotografia non è la cosa più importante, mi muovo sempre tra la parola e l’immagine. Non mi interessa certo fare una bella immagine, mi interessa raccontare.

Quando parla del suo lavoro, forse il termine che usa più spesso è “incontro”.

Cammino con le persone, cerco di condividere il più possibile del loro modo di vivere, in qualche modo mi metto al loro servizio. È vero che c’è un grande studio di preparazione ma è la strada, il viaggio che faccio, a portarmi verso la conoscenza. Non parto per confermare le mie idee, non vado nemmeno alla ricerca di ciò che ho studiato, cerco di farmi prendere dalla storia. In tutto questo l’incontro è fondamentale per ascoltare le persone, anche quando non conosco la lingua. L’incontro si realizza in uno sguardo, in un gioco, nella compassione, in molte altre forme. È difficile trovare qualcosa di ricorrente nell’incontro.

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Sceglie di essere sorpresa da ciò che incontra.

Certamente studio moltissimo, ma posso dire che le letture mi danno molta più soddisfazione quando rientro dal viaggio perché sono arricchite dai profumi e dai suoni che ho incontrato. Non parto impreparata, sarebbe uno spreco di tempo, ma quando viaggio mi metto completamente in ascolto. Per essere più concreta, quando sono andata in Afghanistan ho studiato moltissimo. Ma la ragione per cui sono partita è non sapevo come fosse fatta Kabul, i nostri occhi erano pieni delle icone delle guerre e io volevo semplicemente camminare e incontrare le persone per strada. Avevo alcuni filoni narrativi da seguire, ma in realtà sono state le strade di Kabul che mi hanno aperto le loro storie.

Noi conosciamo una Storia fatta di aggregazioni, di masse di individui, una Storia di maggioranze raccontata con un linguaggio a volte preso in prestito dalla statistica. Quello che sorprende del suo lavoro è il desiderio di conoscere gli individui.

Attraverso la Storia umana si possono leggere i grandi processi, sono come gocce d’acqua. Conoscere la storia degli individui aiuta a liberarsi dei vincoli che ci portiamo dietro. Per questo è importante vedere e capire, e possibilmente anche imparare la lingua.

Nell’introduzione al suo libro Genti di Dio scrive che non svelerà i nomi dei luoghi più remoti che ha visitato e raccontato, vuole preservarli. Perché vede questa necessità di raccontare ma d’altra parte di preservare?

Perché molto spesso sono luoghi vergini che rischiano di essere violentati da questo fenomeno della fotografia di massa, più o meno professionale. Sono luoghi di grandissima delicatezza, di intimità, dove il lavoro del fotografo, anche se accettato, è comunque una violazione. Non vorrei che il mio lavoro trasformasse questi luoghi, soprattutto oggi, quando è tutto più immediato. Poi però sento la necessità di raccontarli e renderli reali. Tra queste due strade, tra queste scelte, cerco di prendere le mie decisioni. Penso che ci siano tantissimi luoghi che devono essere protetti. Altri luoghi, sono talmente distanti, vivono nelle pieghe della Storia, che si proteggono da soli. Ma queste sono decisioni che devono essere prese.

La Fotografia oggi sembra concentrarsi su pochi fenomeni, ne tralascia molti, ma soprattutto sembra concentrarsi sugli effetti dei fenomeni. Se pensiamo alle migrazioni, vediamo in qualche modo masse di uomini su navi e barche.

Spesso questi racconti non vanno a ricercare le radici, le cause. È importante documentare, ma quando il documento diventa un fenomeno di massa, allora penso che perda di interesse. Non potrei dirigere la macchina fotografica verso queste persone, potrei soltanto attraversare il mare con loro, magari riuscendo a fare uno scatto, o magari anche no. Quello che manca, anche per le ragioni di sicurezza, è il racconto sulle cause.

I suoi lavori sono così complessi che mi sono chiesto se lei abbia mai il timore di non essere pronta ad affrontare un luogo, un nucleo di persone, una cultura.

Succede sempre. Penso che questi temi siano così grandi che mi sovrastano sempre. Studio tantissimo ma non sarà mai sufficiente. Mi mancano un sacco di lingue, ne parlo otto, ma mi manca il turco, mi manca una perfetta conoscenza della lingua persiana, il creolo, l’ebraico moderno, l’arabo. Non so cosa farei per capire bene la lingua araba. Quando si viaggia, ci sono tutte queste voci che ci circondano e riuscire a capire in fondo che cosa pensano le persone è fondamentale per fare il mio lavoro. Il mio lavoro è un grandissimo mosaico che sto componendo cercando un equilibrio narrativo. È sicuramente un atto di coscienza molto difficile.

Viaggia da trent’anni. Le sue motivazioni sono cambiate rispetto all’inizio?

Certo, perché sto crescendo anche io. Dietro tutto il mio lavoro c’è il desiderio di camminare, ascoltare le persone e poi trascrivere le loro storie, servendomi delle parole o della fotografia, per rendere queste storie accessibili in una forma giusta, immediata, bella anche. Perché non sto facendo un lavoro per me. Ma sto facendo qualcosa che spero che possa essere capito anche nel mondo di oggi, dove ci sono così tanti problemi per comprendersi. Le mie motivazioni sono sicuramente cambiate anche perché è cambiata la Storia, che adesso ci invade con la sua prepotenza, con questo male invisibile che esplode ovunque e che ci toglie la parola, il coraggio di agire. Il mio lavoro cerca di resistere anche a questo senso di impotenza nel cambiare le cose.

La fotografia è arrivata dopo, nel suo percorso?

Sì, non è arrivata subito. E pian piano è diventata importante quanto la narrazione. Mi piace molto fotografare, lo trovo divertente, è gioioso, è un gioco molto serio. Mi interessa esplorare la forma in cui il mondo si presenta. E abbiamo questa straordinaria possibilità tecnica di poter catturare il reale in qualcosa di intenso, di meraviglioso.

Il suo lavoro riporta il baricentro sulla Storia dell’Uomo quando noi siamo abituati a leggere i fenomeni tramite la lente dell’economia, della politica.

La Storia è fatta di pulsioni, passioni, amore, maternità, idee. Per esempio, se lavoro sul tema della religiosità popolare, trovo sempre questa tensione del corpo, questa ripetitività dei gesti umani che diventano un grande poema comune. E sono temi in qualche modo legati al mondo contemporaneo. Pensiamo ai grandi bazar, ai luoghi di incontro e delle chiacchiere dove le persone si raccontano le storie, creano la narrazione. In realtà tutto parte dalla lingua, dalla narrazione. Sono storie importanti, vale la pena mettersi in ascolto, quando si fotografa ma anche quando non si fotografa.


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