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Oliviero Toscani: si fotografa come analfabeti

intervista di Enrico Ratto. Foto di Hermes Mereghetti

 

Oliviero Toscani, sarà un’intervista lunga.

Le interviste lunghe non servono a niente.

Proviamoci, quando ti stufi, la chiudiamo. Stai per inaugurare la NEVERENDINGPHOTOMASTERCLASS insieme a Settimio Benedusi, Marco Morosini e Paolo Crepet, psichiatra. C’è qualcosa nella testa che impedisce ad un fotografo di esprimersi?

Non è qualcosa che impedisce solo il fotografo, è una cosa che impedisce chiunque di esprimersi. La gente dice “allora…” “cioè…” l’incapacità di esprimersi è di tutti. Oggi è molto più facile fotograre che parlare. La fotografia sta diventando un’espressione dalla quale dipendiamo e dalla quale facciamo dipendere gli altri. Ci esprimiamo con le immagini, le nostre opinioni si formano con le immagini. Vediamo tutti la stessa identica immagine e abbiamo tutti un’opinione diversa, non è incredibile? Allora bisogna andare a scuola per imparare a fare le immagini e, soprattutto, per imparare a leggerle.

È analfabetismo?

Si fotografa come analfabeti.

Tu sei andato a scuola di immagini.

Ho fatto la Kunstgewerbeschule, a Zurigo, il preside era Johannes Itten, maestro della Bauhaus. Ho avuto la fortuna di avere fatto questa scuola per cinque anni, e ancora oggi sono sempre in vantaggio su qualsiasi giovane che non è andato a scuola. Ho avuto grandi maestri del Bauhaus, conosco la tipografia, la grafica, conosco bene l’applicazione dell’immagine sui mezzi, la stampa. Ho acquisito la capacità di lettura dell’immagine. Vengo da una famiglia di reporter, ho imparato da giovanissimo cosa era un reportage ma a scuola ho imparato la creazione della comunicazione, ho capito come fare il regista più che il documentatore. Quando vado a documentare, è tutto molto più facile. La scuola mi ha insegnato il situazionismo, riuscire a vedere ciò che sta intorno a te come scena della vita reale.

Hai lavorato molto in un periodo in cui c’erano industriali forti.

Non c’erano industriali forti.

Davvero non c’era denaro?

Non c’entra niente il denaro. Siamo tutti condizionati dalla ricerca del consenso e nessuno produce più niente di coraggioso. È tutto piatto. I format sono tutti uguali. Da quando esiste questa parola, marketing, è arrivata la mediocrità in comunicazione.

Ovunque o solo in Italia?

Soprattutto in Italia. In America c’è più coraggio, c’è sempre stata più possibilità. Questo non è un paese per giovani. Sono i giovani che non sono svegli, non hanno coraggio, stanno bene così.

Quando ti parlano di “creatività” è possibile che alzi la voce. È una parola troppo importante per essere usata a sproposito?

Uno dice “creatività” e pensa di aver risolto il problema. Non è così. Dove è la creatività? Continuiamo a dire che questo è un paese di creativi, ma per fare cosa? Borse e scarpe. Si parla sempre di Adriano Olivetti come esempio dell’imprenditoria italiana, Olivetti è morto 60 anni fa.

E se ti dicono che sei un pubblicitario, non un fotografo, te la prendi molto?

Pubblicitario cosa vuol dire?

Qualcosa di meno di un fotografo, forse.

No, sono invidiosi, gelosi. Le mie foto se le ricordano dopo trent’anni, altre foto non sai nemmeno chi le abbia fatte.

Sei un sintetico. La realtà non è più complessa di due elementi con un fondale bianco?

Certo che lo è. Per questo bisogna semplificarla. La fotografia serve a quello. Si prende un dettaglio per raccontare una storia. Se guardi le mie fotografie non pensi a Benetton, pensi a quei concetti che sono arrivati grazie alle fotografie. Tutti i miliardi spesi dalle agenzie, che cosa hanno lasciato? Nessuno si ricorda niente.

Le regole che usavi trent’anni fa sono ancora attuali?

No. Sono io il primo a lavorare in modo diverso. L’altro giorno è uscito un disco di Neil Young e gli hanno chiesto “Ha fatto un come back?” e lui ha risposto “Come back? Non sono mai andato via, è lei che è poco informato”. E riempie ancora gli stadi, è solo questione di qualità.

La parola chiave del tuo lavoro?

Unicità. Io sfrutto la mia unicità. Pochi lo fanno, tutti vogliono conformarsi a ciò che il marketing dice che funziona.

Avere una buona idea non ha niente a che fare con la creatività?

Quelli che cercano le idee vuol dire che non ne hanno. Io non ho mai cercato un’idea in vita mia, cercare le idee è grave. Le agenzie pubblicitarie sono sempre alla ricerca di idee perché non ne hanno. Ci sono i direttori creativi. Come fai a dirigere la creatività? La creatività è una conseguenza di un lavoro fatto nella pura incoscienza, nella pura insicurezza.

Quando hai individuato un tema ci hai sempre azzeccato, era la cosa giusta da dire in quel momento. Osservi molto la realtà?

Sono un situazionista, te l’ho detto.

L’istinto non esiste?

No, l’istinto esiste. È una voce, mi parla sempre. Mi dice cosa devo fare e come lo devo fare. L’istinto mi ha sempre salvato. Se non la ascolto, questa voce inizia a parlarmi meno forte e poi finisce per andare via. Qualche volta è andata via e mi sono trovato solo.

E come ne sei uscito?

I momenti di crisi sono i momenti più interessanti, sono i momenti in cui devi cambiare. Dopo Fabrica mi sono trovato con una scrivania, i collaboratori che chiedevano le ferie, dovevo parlare con gli editori, mi sono sentito un manager. Ho cambiato di nuovo. È tutto qui. Devi sempre cambiare.

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