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Olivo Barbieri: un’immagine è una fotografia che ce l’ha fatta

libro interviste fotografia

intervista di Enrico Ratto

Olivo Barbieri sarà presente a SI Fest 25 con “Adriatic Sea (Staged) Dancing People 2015”. La mostra, insieme al video “La città perfetta”, sarà visitabile nelle giornate del 9, 10 e 11 settembre a Savignano sul Rubicone (FC). Mostre aperte anche nei weekend successivi fino al 25 settembre. Per maggiori informazioni sul festival www.sifest.it

Olivo Barbieri, lei ha detto che non è mai stato interessato alla fotografia, che è interessato alle immagini. E che il suo lavoro inizia dove finisce la fotografia. Perché sposta l’attenzione da fotografia a immagine?

La definizione di un famoso linguista tedesco: “una lingua è un dialetto che ce l’ha fatta” potrebbe aiutarci a districarci nel mare di stimoli visivi in cui navighiamo: un’immagine è una fotografia che ce l’ha fatta.

Il suo lavoro è più attinente alla rappresentazione della realtà di quanto non sembri. La messa a fuoco selettiva è ciò che l’uomo fa ogni istante. È così?

Le immagini non sono diverse dalle parole, dobbiamo però imparare a leggerle. La messa a fuoco selettiva è la riga che stiamo leggendo o la riga che indichiamo debba essere letta per capire la meccanica del racconto dell’immagine.

Selezionare porzioni del mondo significa semplificare?

No, se queste porzioni di immagini del mondo vengono messe in dialogo. Possibilmente creando relazioni inedite per costruire nuovi racconti o scenari.

Lei dice spesso che ha ammirato Man Ray e Andy Warhol: per entrambi la fotografia è stata una tecnica scelta tra le altre, la più adatta, la più contemporanea. È stato così anche per lei?

Man Ray e Andy Warhol mi interessavano perché realizzavano immagini con strumenti meccanici. La fotografia può essere l’arte concettuale perfetta, senza necessariamente eliminare l’iconografia.

Quali autori contemporanei la interessano?

Tra gli autori viventi, William Eggleston, Peter Doig, David Lynch.

Quando ha iniziato la sua ricerca fotografica, il mondo della fotografia era legato al reportage, alla documentazione, a concetti come l’istante decisivo. All’inizio, immagino sia stato difficile, si sentiva estraneo a quell’approccio?

Non ho mai considerato la fotografia come un punto di arrivo, ma le immagini. Diciamo che ho navigato in mari paralleli. Avevo come autori di riferimento Gertrude Stein e William S. Burroughs, Claude Lévi-Strauss e Marshall McLuhan.

L’elicottero e le riprese dall’alto, quando sono arrivate, che cosa hanno aggiunto al suo lavoro?

L’elicottero permette di non avere un punto di vista fisso obbligato. Permette di ragionare sull’immagine del mondo senza sentire i rumori, le voci.

Al SIFest di Savignano presenta oggi Adriatic Sea (staged) Dancing People 2015. Un lavoro dall’alto, con presenza umana che interagisce e un importante lavoro sul colore. Che cosa le interessava capire volando in elicottero lungo la costa adriatica?

ADRIATIC SEA (STAGED) DANCING PEOPLE 2015, ha per soggetto la veridicità del ricordo. Paradossalmente il ricordo è l’unica verità obiettiva che abbiamo. In queste immagini tutto è vero, il paesaggio, le coreografie e le persone sono reali. Il blu è il blu paradigmatico che vediamo nella nostra mente quando ricordiamo un giorno trascorso al mare. Le danze organizzate sulla battigia sono una manifestazione del genius loci di questi luoghi. A Rimini e in tutta la Romagna il ballo popolare (liscio) è estremamente condiviso e storicamente apprezzato sia dalle vecchie che dalle nuove generazioni. Le grandi discoteche si stagliano ancora come cattedrali nel deserto. La danza è un rito liberatorio nel blu del mare, come in un quadro di Matisse. Forse per rimuovere o dimenticare le spaventose immagini degli innumerevoli sbarchi mortali in tutta l’area del Mediterraneo.

Che cosa la affascina del mare?

Il colore, il viaggio.

Massimo Vitali dice: mi interessa vedere che cosa fa la gente. Anche a lei interessano le persone?

Le persone passano e le città rimangono. Per capire la gente credo sia importante esaminarne le azioni. Perché a Shanghai c’è Shanghai e a Roma c’è Roma? In che modo e perché, al di là delle ovvie contingenze economiche, il pensiero delle persone ha dato quella forma alle città, agli oggetti, ai luoghi.

Il “gioco”, inteso come interazione tra le persone, è stata una componente importante del suo lavoro sull’Adriatico?

Mi ha colpito la coordinazione spontanea di questi gruppi apparentemente gioiosi. Fanno tutti più o meno la stessa cosa alla stessa ora, come se rispondessero ad un orologio biologico.

Le città sono state un soggetto che ha fotografato a lungo e che continua ancora oggi a fotografare. Nell’ambiente urbano, che cosa cerca?

Cerco di capire la forma delle città e delle metropoli.

Lei ha bisogno di tempo per fotografare?

Devo dire che, risolto il non semplice enigma di che cosa fotografare e come fotografarlo, mi serve molto tempo dopo le riprese, per scegliere le immagini.

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