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Riccardo Venturi: ad Haiti non mancavano le braccia, mancava tutto il resto

interviste sulla fotografia

Riccardo, in questi giorni stai seguendo il crowdfounding per il tuo progetto Haiti Aftermath. Dal numero di messaggi che arrivano sul tuo telefono, ti impegna molto.

È come una campagna elettorale. Non puoi mettere un progetto su internet e aspettare, devi seguirlo e parlarne con le persone. Ho già organizzato tra i dieci e quindici incontri in tutta Italia. È un lavoro già conosciuto, ha vinto il World Press Photo nel 2011, ma l’obiettivo è serio, diciottomila euro in novanta giorni per realizzare il libro.

Stai chiudendo altri progetti in questo momento?

È in uscita un mio libro sulle carceri minorili, un’esperienza complicata. È stato un incarico del Ministero di Giustizia, nata per caso e per fortuna. Una delle cose su cui stavo lavorando da qualche tempo, infatti, era la condizione dei minori in Italia, ragazzi e ragazze nella fascia tra i quattordici e i vent’anni. Ho così richiesto al Ministero il permesso per entrare nelle carceri e da qui è nato un interesse al progetto, quest’anno sono 25 anni della Legge 448 che regola la giustizia minorile in Italia. Per due mesi e mezzo ho così girato le carceri minorili di Torino, Catanzaro, Napoli e Pontremoli.

Quando sei andato ad Haiti la prima volta?

Il progetto Haiti è nato nel 2010, con il terremoto che ha colpito Port-au-Prince e tutta l’isola. Io ero a Roma, stavo lavorando su un altro assignment e tre giorni dopo la notizia sono andato sull’isola. Nei giorni a ridosso del terremoto sono arrivati all’aeroporto di Port-au-Prince decine di voli umanitari e l’aeroporto si è bloccato. L’isola era completamente devastata e l’aeroporto non aveva più posti per atterrare. Da Roma sono andato a Santo Domingo, poi mi sono ricordato che un mio vecchio compagno di liceo viveva ad Haiti, così andando giù gli ho portato medicine, latte in polvere, soldi. Da Santo Domingo a Port-au-Prince siamo arrivati con un convoglio di MSF. Erano passati tre giorni e c’erano scosse di assestamento, quella prima volta sono rimasto ad Haiti tre o quattro settimane.

Sei andato senza un incarico. Quando hai capito che stava succedendo qualcosa di molto grave e da raccontare?

Quando esce la notizia di un terremoto e vedi che il conto delle vittime cresce di ora in ora, che non si ferma, quando i numeri crescono minuto dopo minuto, è chiaro che è avvenuta un’ecatombe.

Quando arrivi in un luogo in emergenza, fai esclusivamente il tuo lavoro?

A parte il caso specifico di Haiti in cui ho dato una mano personale al mio amico, faccio esclusivamente il mio lavoro di fotografo. Non puoi aiutare in altro modo, non puoi pensare di fare cose che non appartengono al tuo lavoro. Ad Haiti non mancavano le braccia, mancava tutto il resto. In una cittadina vicino a Port-au-Prince c’erano questi americani che spalavano, e gli haitiani che si chiedevano cose stessero facendo, non mancavano certo cinquanta persone per togliere le macerie dalla strada, era più utile che gli americani si occupassero di recuperare fondi, aiuti, diffondere la notizia, fare coordinamento.

La popolazione capisce questo atteggiamento?

Non ho mai avuto problemi. Ho avuto qualche problema in Italia, quando sono andato a seguire il terremoto dell’Aquila. Ma era un atteggiamento strano, perché da una parte volevano i giornalisti sul posto per mostrare il terremoto, dall’altra se la prendevano con loro perché fotografano, attribuivano ai giornalisti responsabilità che non erano loro.

È importante che oggi ci sia un fotografo a documentare questo genere di eventi, anche se le immagini ci arriverebbero comunque dalla popolazione?

Il ruolo del fotografo fino a cinque, dieci anni fa era documentare e mostrare al mondo l’evento. Dallo tsnunami in Giappone del 2011, le cose hanno iniziato radicalmente a cambiare, le immagini in tempo reale e anche quelle più di impatto non le hanno fatte i fotografi professionisti, le hanno scattate le persone con il loro telefonino. Nessuno meglio di loro poteva essere lì in diretta. Oggi se cerchi su Youtube Syria War trovi immagini di forte impatto scattate dalla popolazione, più di così un fotografo professionista non può fare. Ma sono immagini e video pornografici, fatti da gente che mette la GoPro sul kalashnikov e spara. Prima non era così, un esempio su tutti è il genocidio degli armeni, di cui esisono pochissime immagini, e non a caso non è riconosciuto come un genocidio, non è rimasta testimonianza visiva.
Oggi quindi l’esigenza del fotografo che documenta l’evento in sé è meno importante. È però importante la cultura dell’immagine, della fotografia, dello storytelling, e il non professionista non riesce a costruire un racconto. Non riesce a raccontare l’insieme, chi fotografa in modo amatoriale il terremoto di Haiti non racconta la stanchezza, le atmosfere, le attese, la noia, il prima e il dopo. Le sue sono solamente immagini di grande impatto.

Il pubblico, i lettori, sono davvero più interessati alla storia che all’immagine shock?

Puoi fare la controprova. Se vai su Youtube e guardi una serie di video molto forti, dopo dieci minuti li trovi tutti uguali. Se tu sei capace di fare entrare lo spettatore nella storia, gli racconti le sfumature, lui ne esce molto più coinvolto. Per fare questo devi essere un professionista. Quindi un amatoriale può darti la notizia, può dirti con poche parole che ci sono cinquanta corpi a terra, però non mi riesce a raccontare chi sono, non mette insieme quel pezzo di notizia con uno scenario più grande. Si chiama storytelling, e lo fa chi lo sa fare.

I fotogiornalisti hanno spesso un problema, l’autocensura. Tu fotografi tutto e pubblichi tutto?

Quando vado in un posto fotografo tutto ciò che posso e che riesco a fotografare. Poi, nella fase di editing e selezione, scelgo con molta cura cosa pubblicare e cosa no. Ad Haiti c’erano moltissimi corpi in giro, ma se tu vedi il mio lavoro non ci sono i cumuli di cadaveri, eppure sono foto che ho scattato, all’obitorio, nelle fosse comuni, ma poi non le ho usate. Ho rivisto queste foto e mi sono chiesto che senso avesse pubblicarle, i numeri parlano da soli, ci sono stati cinquecentomila morti, un’immagine macabra che non aggiunge molto.
Mi hanno invitato a Perpignan, a Visa pour l’image, e c’era una foto di Haiti di Olivier Laban-Mattei. Si vedeva un infermiere che lanciava in aria il corpo di un bambino. La foto era composta perfettamente, però io non ho condiviso questa fotografia. Quella foto probabilmente l’avrei scattata anche io, ma l’avrei usata solo se quella scena non fosse stata la conseguenza di un terremoto ma, per esempio, di un eccidio. Allora il messaggio sarebbe stato diverso. Ma ad Haiti, quando hai cinquecentomila morti per strada, non puoi fare altro che raccoglierli in quel modo, i morti non possono stare in strada e tu non li puoi trattare con i guanti bianchi, non hai questa possibilità. Non è non rispetto per la vita umana, tanto più da un haitiano, che ha un culto della morte altissimo. Quella per me è una pornofotografia, ha tanto appeal, ma è anti etica. Per questo il contesto è così importante.

La tua opinione è molto influenzata dal contesto?

Sempre. Penso che sia giusto ragionare ed arrivare a dire una cosa piuttosto che un’altra in base allo scenario generale. Ho una mia foto di Haiti dove c’è un cadavere con le mani legate dietro la schiena. Probabilmente era vittima di una gang che ha approfittato di questo caos. Nel mio racconto questo corpo in quella posizone aveva un senso, c’era il carcere con più di duemila detenuti che stava bruciando, sono scappati tutti. Quell’immagine contribuiva a far capire lo scenario.

Quando lavori su questi eventi, riesci a seguire il tuo progetto personale e al tempo stesso stare dietro la notizia?

Con il digitale è più facile, una volta mi sono rimaste ferme le pellicole in Pakistan per un mese, il portiere di un albergo si era dimenticato di spedirle. Di solito, appena ho tempo lavoro sulla scelta delle immagini, cercando di estrapolare giorno dopo giorno le fotografie che secondo me hanno più senso. Anche qui, cerco da subito di ragionare su come raccontare una storia, perché al giornale non posso mandare tutti i giorni lo stesso tipo di fotografia. Se un giorno hai raccontato il fronte, il giorno dopo racconterai il campo profughi, poi gli ospedali… cerco di costruire una storia, anche piccola. Poi tante immagini le tengo da parte, sono fotografie magari molto belle ma come news non funzionano. Sono immagini più d’atmosfera, più morbide, allora le tengo da parte per un progetto più a lungo termine, un libro o una mostra.

Pensi che queste fotografie di Haiti potranno essere declinate anche in una mostra?

Per questo progetto il libro è adatto. Sono tornato ad Haiti per altri tre anni, e le ultime volte fotografavo cose che apparentemente avevano poco a che fare con il terremoto. Quindi, per come è nato il progetto, il contesto naturale è quello del libro perché è tutto molto diluito, costruito su sfumature. Ma si presta anche ad una mostra e sono molto interessato ai progetti multidisciplinari. La fruizione può essere diversa e chiaramente ogni volta cambi il prodotto.

Come hai pensato questo libro?

Innanzitutto ha una struttura cronologica. Spesso parto da una notizia, e da qui nascono tante diramazioni. Una parte sarà sul voodoo, una parte sui nuovi insediamenti, una parte sul colera, una parte sulla politica. Poi una parte sarà dedicata a quelli che stanno soffrendo di più le conseguenze del terremoto, per le donne c’è stato un incremento degli stupri, chiaramente oggi vivono in una tenda, non ci sono più i mariti e i fratelli, e sono più esposte. Ho lavorato dieci giorni su di loro e Human Rights a ridosso di questo lavoro ha lanciato un appello internazionale. Un’altra parte sarà sui bambini schiavi, che vengono messi a lavorare come domestici a cinque o sei anni. Sono aspetti apparentemente non legati al terremoto, il terremoto è stato l’elemento scatenante e acceleratore.

Rispetto ad altri terremoti che hai seguito, Haiti è stata una situazione molto diversa?

Completamente diversa. In Iran siamo arrivati in tempo reale, dodici ore dopo il terremoto, con un aereo della Protezione Civile Italiana. C’erano cinquantamila morti, ma c’erano già ventimila militari, ruspe, mezzi dell’esercito. In Iran sono stati chiesti aiuti internazionali, ma dopo sei ore c’erano già tutta l’organizzazione attiva. Haiti era un caos generalizzato, per i primi quindici giorni non c’è stata organizzazione.

Quando arrivi in una situazione di emergenza, hai un tuo metodo per iniziare a lavorare?

Intanto la prima cosa che faccio è trovarmi qualcuno che fisicamente mi porti in giro, soprattutto se non conosco il territorio. Poi per quanto abbia esperienza, ogni volta è diversa. Alcune volte puoi organizzarti prima, ma quando c’è un terremoto o un conflitto nelle prime due settimane saltano tutte le regole, niente è più garantito. Vai a braccio, cerchi di organizzare quello che puoi organizzare, e cerchi di trovare sul posto la condizione migliore per lavorare. Se c’è un conflitto di medio o lungo corso, allora la popolazione si organizza e si specializza e sai dove trovare ciò di cui hai bisogno, ma a poche ore dall’emergenza non c’è nulla.
L’uomo è portato naturalmente ad avere delle sue abitudini. Mangiare, bere e dormire sono necessarie all’uomo per sopravvivere, e l’uomo è portato ad entrare in un meccanismo ordinato e abitudinario, nell’emergenza questo meccanismo salta.

I conflitti militari sono più organizzati?

Adesso le guerre per esercito si fanno più poco, ma in quei casi di sicuro era più facile organizzarsi. Ormai nei conflitti ci sono solo gruppi armati, dove qualcuno comanda ma non sa chi comanda. È molto più complicato muoversi.

Oggi viaggi in modo diverso rispetto a quando hai iniziato venticinque anni fa?

Sì, sono l’esperienza ti cambia tantissimo, penso che ti cambi addirittura la faccia. All’inizio mi capitavano un sacco di guai, anche piccole cose stupide in aeroporto, adesso quasi nulla. Tutto sta nel sentirsi a casa, la gente lo percepisce.

Quando sei stanco è più difficile?

Quando sei stanco, distratto, quando non sei concentrato, soprattutto quando ti chiedi che cosa ci faccio qui?, la gente lo percepisce. È naturale. E il momento più difficile è quando arrivi sul posto.

Viaggiare con i colleghi è una situazione migliore rispetto a viaggiare soli?

Non sempre. Viaggio volentieri con i colleghi che conosco, che so che in una situazione di rischio non reagiscono in maniera strana. I problemi nascono spesso da situazioni insignificanti, per esempio tendo a non far salire in macchina una persona che chiede un passaggio, perché poi ci sono i posti di blocco, allora tu sei giornalista e puoi passare, ma il passeggero chi è? di che etnia è? qui si creano problemi dal nulla. Tante volte ho caricato persone ferite, ma puoi metterla ancora più a rischio, anche se in quel momento non se ne rende conto.

In una situazione di rischio ognuno è per sé?

Non è egoismo, ma viaggiare in gruppo può essere complicato, ad un certo punto l’aria cambia e se hai un gruppo collaudato non ti devi neanche chiamare. Non può esserci in gruppo quello che sta facendo una foto pazzesca e devi aspettarlo un quarto d’ora. Ho delle regole date dall’esperienza, dell’intuito. In un contesto naturale, il passaggio dalla situazione tranquilla al momento in cui la situazione si aggrava si accorcia, è questione di secondi e devi decidere che devi cambiare strada, per questo è importante stare con persone che hanno una percezione del rischio simile alla tua.

Le persone sul posto, autista e interprete, riesci a verificarle?

No, e a volte hanno paura, a volte scappano per primi. Un piccolo screzio tra te e la guardia del corpo a volte può diventare un problema. Prendere o non prendere la scorta armata? A volte sei obbligato a farlo, ma ti stai mettendo un uomo armato in casa, anche qui ci pensi, magari è una persona ceh hai conosciuto mezz’ora prima.

Che cosa proteggi di te quando sei in queste zone?

Prima di tutto la pelle. Poi, nell’ordine, i file, l’attrezzatura e infine i soldi. Se ti rubano i soldi puoi farteli rimandare, se ti rubano l’attrezzatura, non la trovi sul posto e devi tornare a casa.
Ognuno ha un proprio sistema per sopravvivere in queste situazioni, secondo me non ti aiuta avere un atteggiamento aggressivo, molto meglio abbassare la testa e far finta di non aver capito.

HAITI AFTERMATH PRESENTAZIONE DEL PROGETTO

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