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Roberto Polillo: fotografo il mondo, tra caso e sogno

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intervista di Enrico Ratto

Roberto Polillo, partirei da Visions of Venice, la sua mostra in corso a Venezia curata da Alessandro Luigi Perna e con i testi di Denis Curti. Sono fotografie molto pittoriche, è un’impressione corretta?

Sì, è così. Sono sempre stato molto interessato alla pittura anche se non ho mai preso il pennello in mano. Fin da piccolo sono sempre stato affascinato dall’arte figurativa e dagli impressionisti. Sicuramente, questo è il background del lavoro Impressions of the World, um progettonche ho iniziato quasi dieci anni fa. Mi interessa una fotografia che rappresenti il sogno con strumenti, diciamolo pure, pittorici. Sono stato fortemente influenzato anche dai pittori viaggiatori della seconda metà dell’800, in particolare da chi viaggiava in Oriente.

La mostra di Venezia è quindi parte di un progetto più ampio, che riguarda tutto il mondo.

Visions of Venice è parte di un progettoche riguarda soprattutto la rappresentazione di paesi orientali.

Per questo è stata scelta Venezia come prima tappa espositiva pubblica, per la sua vicinanza culturale all’Oriente?

Venezia è la città più orientale d’Italia, è una città dalle atmosfere magiche. Per definirla uso il termine Spiritus Loci. La scelta è dipesa anche dal fatto che alla Casa dei Tre Oci si era liberato uno spazio e, insieme a Denis Curti, il direttore artistico, abbiamo deciso di portare a Venezia la serie di fotografie il cui soggetto fosse questa città.

Gli effetti delle sue fotografie nascono da un errore trasformato in una tecnica ben precisa.

Sì, è stato un caso ed uno sbaglio. Nel Natale 2006 ero a Marrakech, in Marocco, e facevo un po’ di foto, senza particolare attenzione. Avevo una macchina fotografica nuova che non conoscevo, era la prima digitale che possedevo, una Canon 5D. Ho sbagliato un settaggio e mi è uscita un’immagine fortemente sovraesposta e mossa. L’ho guardata sul visore e mi ha affascinato, sembrava un acquerello. Da quel momento, per le fotografie a colori dei paesaggi ho usato solo questa tecnica, che si è rivelata molto più feconda di quanto potessi immaginare.

È una tecnica per cui deve fare molti scatti per ottenere il risultato. Non può fare previsioni. Quando decide che ha la fotografia buona, quando si ferma?

La tecnica prevede tempi lunghi, diciamo, normalmente 1/3 di secondo ma anche più lunghi. Bisogna poi muovere la macchina per creare uno sfumato interessante. La macchina viene mossa in tanti modi mentre scatta a raffica. Se la scena ha delle forme verticali, allora bisogna assecondarle con un movimento verticale, mentre se ci sono delle persone bisogna fare dei movimenti differenti. Scatto dieci, venti, trenta immagini sperando che ce ne sia una che sostanzialmente è quella magica. Spesso capita che la foto buona sia la prima, anche se statisticamente non capisco perché.

Quando ho sentito parlare del progetto e della mostra, ho immaginato stampe grande formato, poi ho trovato anche molte piccole stampe. Quali considerazioni avete fatto per produrre ed allestire la mostra?

Intanto c’è una cosa importante che riguarda il libro. Il libro è stampato su carta patinata opaca anche se queste immagini, proprio per la loro natura pittorica, dovrebbero essere sempre stampate su una carta cotone molto textured, una Hahnemühle – William Turner da 310gr molto ruvida. Il libro è quindi più fotografico che pittorico. Inizialmente pensavo che il formato corretto per queste immagini fosse un formato piccolo, perché gli acquerelli sono normalmente fogli piccoli. Poi mi sono ricreduto e a Venezia ho stampato per la prima volta su formati molto grandi, ci sono cinque immagini 225 x 150. Devo dire che questa dimensione è molto impressive e quindi mi sto spostando progressivamente dal piccolo formato al formato medio o grande. In mostra, per le immagini più piccole, abbiamo fatto delle quadrerie.

Lei lavora molto sull’impressione piuttosto che sulla descrizione. Pensa che questo approccio, questo linguaggio, sia il più contemporaneo, più adatto a raccontare il mondo di oggi?

Oggi la fotografia impressionista è stata abbastanza squalificata, forse perché il mondo è molto complicato e diventa sempre più pericoloso. Sembra sbagliato sfuggire nel sogno, è preferibile lavorare per migliorare la realtà. Tengo a precisare questo: le mie fotografie non vogliono essere un fuga dalla realtà, non è il lavoro dell’artista che si nasconde nella torre d’avorio. Però, cinque minuti al giorno, dobbiamo sognare. Io dico che per cinque minuti al giorno bisogna uscire a vedere le stelle, perché non possiamo perdere questa dimensione di fronte ad una realtà così complicata, così difficile. Quella del sogno è un’esigenza della natura umana.

Rispetto ai ritratti dei jazzisti, le sue prime fotografie, ha un approccio diverso?

Sì, è completamente diverso. Adesso ho sessantanove anni, le foto di jazz le ho fatte dai sedici ai ventisette anni. Facevo quelle foto perché mio padre Arrigo si occupava di Jazz, dirigeva una importante rivista e, quando si è accorto che ero appassionato di fotografia, mi mise in mano una macchina fotografica professionale e mi disse: vieni ai concerti e fai le foto per la rivista.

Aveva solo sedici anni?

Sì, ho fatto le prime foto nel 1962 al Festival di Sanremo del Jazz, mio padre lo ha organizzato per sette edizioni. Erano foto in bianco e nero per un fatto molto pratico, oltre che estetico. Il fatto pratico è che allora non esistevano pellicole a colori sufficientemente sensibili per la luce artificiale e in teatro c’era poca luce. Il fatto stilistico è che mio papà mi chiedeva soprattutto ritratti, e i ritratti in teatro, soprattutto di musicisti quasi sempre di colore, avevano senso in bianco e nero, perché i volti vengono drammatizzati e le espressioni contrastate.

Poi per trent’anni si è occupato d’altro, non ha avuto nemmeno una macchina fotografica.

Per trent’anni ho fatto l’informatico, l’imprenditore, il professore universitario, e non ho più avuto il tempo di fare fotografia. Facevo l’amministratore delegato della mia azienda e, quando abbiamo deciso di affidare l’azienda ad un management esterno, in modo simbolico, il giorno dopo mi sono ricomprato una macchina fotografica. Era il 2003 e ho comprato una macchina analogica, sbagliando. A quel punto ho dovuto studiare tutto quello che era successo nel frattempo. Ho dovuto studiare le pellicole, fare degli esperimenti, mi sono riavvicinato alla fotografia con l’atteggiamento dell’artigiano che deve studiare il funzionamento di strumenti che non conosce più. Nel 2006 e mi sono comprato una Canon 5D e da allora non ho più fatto uno scatto in analogico.

Non ha pensato: ormai è tardi per ricominciare a fare fotografia?

No, per me la fotografia era un bisogno. Non tanto o non solo la fotografia, ma la comunicazione visiva. Quando con alcuni amici, nel 1978, ho fondato l’azienda informatica, una delle primissime cose che ho fatto è stata creare un ufficio che si occupava di immagine. Prima di assumere degli informatici, ho assunto dei grafici.

Ciò che lei trasmette è una visione internazionale. Pensa che una delle sue caratteristiche sia questa voglia continua di conoscere il mondo?

Sì, guardi, io ho alcune passioni nella vita. Una è la comunicazione visiva, la fotografia, la pittura. L’altra sono i viaggi, soprattutto in paesi orientali. Per me, il viaggio in un paese lontano ha sempre avuto il significato del sogno, la stessa dimensione del sogno in cui mi portano queste immagini di cui le ho parlato prima.

Nelle sue fotografie c’è il sogno, ma c’è anche il caso.

L’intervento del caso è fondamentale in questa ricerca. Henri Cartier-Bresson parlava di allineamento dell’occhio, della mente e del cuore. Ecco, io dico che queste immagini nascono dall’allineamento dell’occhio, del soggetto e del caso. Il caso interviene in modo creativo. Spesso viene impressa nella fotografia qualche cosa che non avevo visto durante la ripresa. In Marocco, avevo fatto una foto, c’era un’asta di tappeti e due arabi stavano contrattando e agitavano le mani. In questa fotografia si vede che uno dei due ha in mano un mazzo di chiavi, perfettamente a fuoco, ma io quelle chiavi non le avevo viste. Il caso interviene e aiuta a capire la scena. Questo è un aspetto che mi affascina e che concettualmente mi sembra importante.

Il caso non fa parte della pittura, nemmeno dell’impressionismo.

Gli impressionisti erano padroni di ciò che facevano con il pennello, non c’era il caso nella loro arte. Questo mi sembra un passo concettuale diverso. Tutto sommato, definirla fotografia impressionista è giusto fino ad un certo punto.

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