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Romano Cagnoni: in guerra trovi l’essenziale umano

interviste sulla fotografia

intervista di Enrico Ratto

Romano, è normale che, finita la guerra, un giovane con la necessità di guadagnare qualcosa, tra tutti i mestieri possibili scelga di fare fotografia?

Beh, io sono nato in Versilia, andavo a scuola a Viareggio in un istituto tecnico in cui mi insegnavano computisteria. Mio padre pensava che se fossi diventato un impiegato dello Stato avrei vissuto dignitosamente. Un giorno ho buttato i libri di computisteria nel fiume, non che me ne vanti, ma non era nel mio carattere fare quel tipo di mestiere. Avevo vent’anni e ho iniziato a fotografare sulla spiaggia. Ma sentivo anche che la fotografia poteva diventare un lavoro, e così sono partito per Londra. Non avevo le idee precise, ero rimasto incantato dal mondo del cinema, dalle attrici sulle riviste che comprava mio fratello. Londra è stato un fatto di contingenza, di necessità, di cose che volevo fare per me stesso. A Londra le cose hanno iniziato a funzionare bene, non so se sia stata la fortuna o la mia capacità di improvvisare. La fortuna ti serve sempre, come la speranza. Sono cose che ti servono per trasformare l’astratto in realtà.

Sono passati più di cinquant’anni. Tre mesi fa sei entrato con tua moglie clandestinamente in Siria, hai attraversato al buio campi coltivati, sei riuscito a rientrare in Turchia autodenunciandoti alla frontiera. È ancora oggi un discorso di fortuna e speranza.

In guerra ti appassioni a situazioni esistenziali, è sempre molto coinvolgente trovarsi nella situazione del fango, della guerra, dei conflitti, delle difficoltà, dei rifugiati. Questo viaggio in Siria è nato da un’idea di Patricia, mia moglie. L’ho trovata una buona idea. Il problema dei fotografi è riuscire a vendere la propria idea.

Quale era l’idea?

Patricia un giorno mi dice: bisognerebbe fare una storia sui rifugiati. Io ero scettico perché sono anni che si fotografano i rifugiati. Però lei me la racconta così: facciamo fare loro dei selfie, come dire Io sono. Non sono un rifugiato, sono una persona. Il titolo del progetto è Je suis refugee.
Seguire storie di attualità ha senso solo se tu trovi un’idea diversa rispetto al racconto della cronaca. Questo viaggio in Siria è nato per amore, non per professione, ho voluto accompagnare Patricia. In fondo lei era venuta con me in Cecenia, in Israele, in Jugoslavia. Quando ci siamo trovati in Turchia, Kobanî era dall’altra parte del confine e i curdi l’avevano appena liberata. Allora siamo andati alla sede dei Peshmerga dove ci hanno proposto di portarci al di là del confine, in Siria, ma i turchi non ci facevano passare. Alle quattro del pomeriggio arriva una telefonata dei curdi e ci dicono di andare da loro. Noi avevamo tutti i bagagli in un hotel ad una quarantina di chilometri. I curdi ci dicono di partire subito. Allora ci mettono su un camioncino con altri soldati, ci portano per un paio d’ore lungo una strada sterrata, arriviamo ad un punto sul confine, e da lì ci dicono di proseguire a piedi. Dovevamo correre altrimenti i turchi ci sparavano. Erano le nove di sera, era buio, e dovevamo attraversare un terreno agricolo, io non ce la facevo più, tra sei mesi ho ottant’anni.

Avevate con voi i soldi?

I soldi non servono. Lì ti servono la fortuna e l’esperienza. Sono situazioni in cui trovi l’essenziale umano. Abbiamo fotografato il ritorno a casa dei rifugiati, abbiamo fatto fare i selfie mentre ritrovavano le loro case distrutte, durante il loro rientro a Kobanî.

Dopo cinquant’anni di lavoro, pensi che le migliaia di fotografie che hai scattato siano servite a cambiare in qualche modo l’opinione delle persone?

Non credo abbiano cambiato niente. Il fotogiornalismo è un mezzo di comunicazione, però non si può pretendere che possa cambiare il modo di pensare di società intere.
A volte la guerra è una situazione talmente insolita. Il fotografo ha una particolare possibilità che tanti altri mezzi di comunicazione non hanno, la possibilità di fermare e rivelare i sentimenti del prossimo. In una situazione di conflitto, i sentimenti sono molto più evidenti. Per questo, in guerra è necessario fare un lavoro culturalmente valido, perché se si fa solo un lavoro legato alla cronaca, allora non è interessante.

A te è mai interessato fare fotogiornalismo?

A me interessano le persone che rivelano sé stesse, il giornalismo mi interessa meno. La fotografia è uno dei mezzi più efficaci per mostrare la realtà dei sentimenti. Uno scrittore può inventarli, mentre un fotografo ha la consapevolezza che la macchina fotografica può cogliere e tenere per sempre uno stato d’animo vero che scaturisce da un problema, a sua volta, vero. E alla fine è importante fotografare il fenomeno della realtà, non la realtà.

Che differenza credi ci sia?

È un argomento affrontato da tanti filosofi, anche da Bertrand Russell, che io ho amato molto. Lui diceva che ognuno ha la propria realtà, soggetta all’esperienza di ciascuno. In fotografia si trascende l’aspetto formale della piuttura e ci si inoltra in un aspetto filosofico che solo la fotografia può comunicare.

Quando hai lavorato con gli scrittori, come con Graham Greene in Sudamerica, eravate mossi da motivazioni diverse?

Loro fanno gli scrittori, io faccio il fotografo, è tutta lì la differenza. Con Graham Greene facevamo un lavoro diverso, ognuno aveva le sue idee.

Te la prendi molto quando ti definiscono fotogiornalista?

Mi considero un fotografo che vende le proprie fotografie ai giornali, non un fotogiornalista. Il giornalismo può cambiare la compresione di ciò che io intendo per fotografia. Camus, Moravia, Pasolini erano scrittori che lavoravano con i giornali, ma erano scrittori, non giornalisti. Il giornalismo mi è servito per pagare i conti. Il mio legame con il giornalismo è quello di sopravvivenza ma anche di fascino. Qualsiasi fotografo dovrebbe fare un po’ di giornalismo perché il giornalismo gli insegna come accedere alle cose importanti delle persone.

Il giornalista può non vedere la scena, il fotografo deve andare sempre.

No, il giornalista serio la vede, poi la racconta. Lo scrittore può raccontarla in base ai sentimenti in gioco, il giornalista la racconterà in base ai poteri in gioco, hanno obblighi diversi. Graham Greene, nel lavoro che facemmo in Cile, riferendosi ad Allende, concluse l’articolo una poesia di Shelley nella quale c’è una sorta di brindisi alla speranza To hope till hope creates, from its own wreck the thing it contemplates. È una chiusura che solo uno scrittore poteva usare in un articolo.

Se fotografi ciò che succede, penso non resti molto nella memoria. Se invece cogli il contesto, allora il tuo lavoro resta nel tempo, supera la cronaca della giornata.

Sì, non puoi fare solo cronaca. Questo è il problema dei fotografi. E inoltre, se tu non fai fotografie che ti fanno soffermare, che si lasciano contemplare, come diceva Shelley, del tuo lavoro non resta niente.

Questa è l’estetica?

In che senso è estetica?

La forma, la composizione, i colori, le luci, le proporzioni.

Non so se estetica sia la parola giusta. L’estetica a cui ti riferisci è il buon gusto, la costruzione della fotografia. La costruzione è ciò che tu lasci fuori dalla fotografia. Mentre un pittore aggiunge e mette dentro, il fotografo è costretto a togliere.

Tu tendi a riempire l’immagine o a togliere?

Io tendo a togliere.

Ci sono fotografi che aggiungono elementi perché sono convinti che la realtà sia complessa, non riguarda solo un soggetto e pochi piani definiti.

Intanto la realtà è ciò che vedo io. La mia realtà è l’idea che io ho della realtà. Se ho la fortuna di vedere una cosa, quella è la mia realtà. Fare una bella fotografia è un miracolo per un fotografo. Ci sono molti aspetti che accomunano la fotografia, la pittura, la scultura, ma ogni mezzo ha le sue qualità. E i suoi limiti. Con la fotografia ci sono cose che non si possono raccontare, mentre puoi farlo con la scrittura. Io credo che fare una cosa semplice, chiara e lucida sia essenziale. Ci vuole una sorta di ordine mentale per poter creare o comunicare. È questa la difficoltà di un comunicatore.

Fotografi per comunicare?

Sì, il fine di tutto è comunicare un’idea.

Il fine non è creare? E la comunicazione non è una conseguenza?

Certo, parlare solo di comunicazione riduce l’argomento, sembra che ci si preoccupi solo della divulgazione. Ma è un problema di semantica, perché creare e comunicare sono in realtà la stessa cosa. Come fai a creare se non comunichi? Nessuno ti seguirebbe, saresti solo, sarebbe come lavorare nel buio. Al posto di creare, si potrebbe usare la parola innovare. Questo vuol dire che creare sottintende ad una ricerca continua.

Mi incuriosisce il fatto che tu sia andato in guerra con il banco ottico.

Sì, nel 1991 sono partito per la Jugoslavia con il banco ottico. Fu un lavoro molto apprezzato, Newsweek fece quattro pagine, il Telegraph fece dodici pagine con la copertina. Avevo visto in televisione la distruzione immensa che stava avvenendo a Dubrovnik. È una città meravigliosa, io volevo fotografare la distruzione della città e volevo che i dettagli fossero ben visibili. Certo dovevo stare con la testa sotto questo telo nero e fare attenzione al cavalletto. Fotografare col banco ottico è molto diverso dal fotografare con una macchina 35 mm, soprattutto in guerra.

Quando tu prendi una tua fotografia e la estrai da un reportage, la decontestualizzi e la metti in mostra, in quel momento la rendi universale, la innalzi e il luogo, l’anno in cui è stata scattata non hanno più importanza.

Quello è il lavoro di un fotografo, non è certo quello di un fotogiornalista. I giornali a me sono serviti per fare le mie fotografie, poi se quelle fotografie servivano ai giornali per costruire una storia, perché no?
Qualche tempo fa c’è stata una polemica sul Guardian in cui il critico Jonathan Jones ha scritto che la fotografia non era arte. Ho seguito con interesse questa polemica. Molta gente si è ribellata. Io credo che questo sia un momento transitorio molto importante, e discussioni come questa fanno riflettere su un tema. Credo che sia positivo educare la gente a riconoscere una fotografia, a giudicare una fotografia. Io le mie idee precise le ho.

Quali sono?

La migliore fotografia per me è un documento umano di impatto visivo. Documento nel senso che si relaziona all’esistenza. Umano perché racconta lo stato d’animo del prossimo. Con i suoi ritratti Cartier-Bresson ha tentato questo. E tutto questo deve avere un impatto visivo che lo renda memorabile.

Tutti i generi di fotografia possono essere documenti umani di impatto visivo?

La fotografia di moda non potrà mai esserlo. Perché Cartier-Bresson o Eugene Smith non hanno mai fotografato la moda? Perché quel tipo di fotografia non poteva contenere tutto l’aspetto umano che esiste nella storia degli uomini, e quella degli uomini è la Storia della Storia. Un fotografo deve fare delle operazioni culturali per interessarmi. C’è un mondo che si sta richiudendo in ambiti più superficiali perché si ritiene che la massa non sia in grado di capire alcune cose.

Mentre pensi che il sistema culturale abbia il compito di spostare sempre l’asticella un po’ più in là.

Questo dovrebbe essere il compito di tutti, degli scrittori, dei registi, dei galleristi. Il loro compito dovrebbe essere alimentare la curiosità per la conoscenza. Ernst Gombrich, che considero uno dei più grandi storici dell’arte, diceva che i greci avevano l’idea che se tu non produci una cosa che ti meraviglia, la società corre il rischio di perdere un poco di conoscenza.

Se ciò che è importante è l’idea di realtà, quella la puoi costruire.

Ma la fotografia ha una freschezza che le permette di documentare ciò che la gente prova, anziché ciò che la gente fa, senza ricorrere alla costruzione. Il primo fotografo fu Salomon, poi sono arrivati Cartier-Bresson ed Eugene Smith. Loro hanno iniziato a cercare i sentimenti sui volti delle persone, e questi potevano essere trovati senza ricorrere alla messa in scena.

Tu sai riconoscere una bella foto?

So scegliere le foto. A me piace molto riguardare i contatti. Ultimamente riguardavo i contatti delle foto che ho fatto in Vietnam, sono passati quarant’anni e per il giornale farei le stesse scelte, mentre per le mostre ne ho fatte altre. Rivedendo quelle foto, ho notato questi visi dolci, dove c’era più sentimento e ho scelto una decina di fotografie il cui significato era: queste persone hanno combattuto contro i giapponesi, poi hanno avuto la guerra di liberazione contro i francesi, poi ci sono stati i bombardamenti degli americani. E nonostante tutto, quando ho riguardato i contatti, ho visto persone che conservavano questi volti leggeri, intrisi di grazia, forza e bellezza. Erano gli stessi sguardi che potevi trovare qui in Italia, dopo la guerra, in una società agricola fatta di lavoratori. Sono le analogie che trovi attraverso la Storia dell’umanità. È questo che mi è sempre interessato cercare, ad un certo punto è quello che interessa a te che conta, è questo che è intellettualmente stimolante.

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