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Steve McCurry: andare in profondità, attendere che le cose accadano

interviste sulla fotografia

intervista di Enrico Ratto

Steve McCurry, lei lavora su molti progetti, ha esposizioni in contemporanea nel mondo, realizza parecchi libri. Immagino che oltre ad un grande staff, abbia semplici e profondi valori chiave che desidera condividere…

Credo che la cosa più importante nella vita sia comunicare la propria gioia, sia importante vivere la propria vita nella direzione che si sente e che ti porta a realizzare i tuoi valori, ciò che ha un significato. Fare cose che ritieni davvero importanti. E fare in modo che quando ti guardi indietro tu abbia costruito un puzzle di cose che abbiano un senso.

Che cosa aggiunge un libro come “Le storie dietro le fotografie” ai suoi scatti?

Credo che aggiunga un’altra dimensione, un altro aspetto al mio lavoro. Credo anche che incontrare il pubblico di persona, presentare il libro, aggiunga una maggiore spontaneità rispetto alle fotografie stampate e viste in una mostra, o su una rivista o in un libro. È un modo fondamentale per mostrare la mia personalità.

Libri, mostre, lavori per le riviste. Dove realizza al meglio il suo lavoro?

È difficile da dire. È come il corpo umano, che cosa è più importante? Una gamba, un braccio, un viso. È tutto importante per il mio lavoro e non posso separare gli elementi.

Ferdinando Scianna dice che la fotografia ha poco a che fare con la pittura, che le foto non sono quadri, sono letteratura. Lei che cosa pensa?

Ci sono parecchi elementi in una fotografia. Prima di tutto, una fotografia parla sicuramente di una storia, è la narrazione del comportamento di una persona nel proprio mondo. Sono quindi in parte d’accordo con Scianna, anche perché lui fotografa principalmente in bianco e nero. Ma io fotografo prima di tutto a colori e ci sono aspetti nel colore, per esempio come i colori lavorano insieme, che portano spesso le persone ad accostare le mie fotografie ai dipinti.
Le persone, poi, spesso non conoscono la storia dietro la fotografia, per questo è più semplice che provino lo stesso sentimento che hanno di fronte ad un dipinto, quello che vedono è tutto ciò che conoscono.
Penso però che la fotografia per me sia un medium, serve per raccontare una storia nel modo più immediato e universale possibile.

Lei di che cosa ha bisogno per trasmettere al pubblico una storia: il singolo scatto o il reportage?

Io spero di riuscire a comunicare una storia attraverso una fotografia. Il reportage ti fa entrare più in profondità nella storia, ma una storia viene raccontata anche tramite un singolo scatto. Ogni fotografia, inoltre, comunica differenti aspetti di una storia, e se messe insieme diventano complementari.

Il World Press Photo di quest’anno è stato vinto dalla fotografia di John Stanmeyer che mostra i due pilastri dell’epoca che viviamo: viaggio e comunicazione. Sono anche i pilastri della sua vita?

Certo. La comunicazione e il viaggio sono la base della mia vita. Trascorro in viaggio otto o nove mesi l’anno, e durante tutto questo tempo, fotografo. Non c’è dubbio che comunicare e viaggiare sono le basi della mia vita.

Lei appartiene ad una generazione che ha viaggiato per trovare storie. Oggi viaggiare è più semplice, accessibile. Per fotografare è necessario ancora spostarsi molto, o si può andare in profondità vicino a casa, in famiglia, nella propria strada?

Sicuramente è possibile e ci sono storie molto forti vicino a casa. Credo che dipenda da quello che vuoi vivere nella tua vita. Penso che ogni fotografo, anche in base ai periodi della propria vita, scelga che cosa esplorare e ognuno deve decidere per sé stesso che cosa vuole vivere. Fotografare la propria famiglia, la propria strada, la propria città, i propri vicini di casa è una via assolutamente valida per raccontare storie molto profonde. Inoltre, a volte gli eventi arrivano vicino a te. Io ho raccontato il 9/11 a New York, ed era qualcosa che stava accadendo vicino a casa mia, erano luoghi che conoscevo molto bene.

Le capita di non essere incuriosito da un luogo e dire qui intorno non c’è nulla?

Sicuro, capita quasi sempre. La sfida è andare sempre più in profondità, dedicare tempo alla ricerca, attendere che le cose accadano, osservare i luoghi a lungo.

Quando arriva in un luogo, che cosa aspetta per fotografare?

Cerco il momento giusto, la luce giusta, cerco di riconoscere una buona fotografia. Tutto questo richiede esperienza, abilità, talento, sensibilità, saper riconoscere una situazione forte o un volto davvero significativo. Inoltre con le persone è tutto un fatto di percezione.
Non studio molto prima di iniziare un progetto. Vado e scopro, penso che sia più divertente restare freschi rispetto ai luoghi in cui andrò. Avere un’idea di base e muoversi con la testa libera.

Se riguarda il suo archivio, pensa che la sua storia sia un’evoluzione o che i suoi progetti cambino di volta in volta?

Penso che ci sia continuità e che i miei lavori siano collegati. Ho quasi sempre lavorato in un’area geografica tra Afghanistan, Cambogia, India, Tibet, Sri Lanka, e qui tutto ha un’origine molto particolare. Credo nelle persone in grado di affascinare, nell’umanità, nelle relazioni tra le persone e tra le persone e il loro ambiente. Questo è quello che mi interessa.

Le sue prime foto erano in bianco e nero, perché poi ha iniziato a fotografare a colori?

Ad un certo punto ho pensato che fosse più logico usare il colore, probabilmente dagli anni ’80 in poi una fotografia a colori ha più senso. Il mondo è a colori, con il colore si trasmettono più informazioni.

Come si convive con un’icona, con il mondo che dice Steve McCurry, quello della Ragazza Afgana?

In realtà non penso che le persone mi conoscano solo per quella foto. Tuttavia c’è un sacco di gente che non ha studiato musica ma che conosce Beehetoven, così come ci sono un sacco di persone che non sono interessate alla fotografia ma che conoscono quella foto, la Ragazza Afgana. È così, e a me va bene così.

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