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Szymon Brodziak: la fotografia è il cancello dell’immaginazione

interviste sulla fotografia

intervista di Enrico Ratto

Szymon, ho appena visto la tua mostra qui alla Fondazione Newton di Berlino e ho pensato a quanto tu sia un fotografo di moda, di advertising attratto prima di tutto dalla natura.

In realtà le immagini scattate nella natura che hai visto in questa mostra fanno parte della mia produzione più recente.  Negli ultimi due anni ho iniziato a cercare nuove location più legate alla natura. Quello che mi affascina della fotografia è che non sai mai lungo quale strada domani potrai sviluppare un lavoro, che cosa ti interesserà domani.

Nei primi anni della tua produzione sei stato più attratto dai luoghi abbandonati.

All’inizio fotografavo grandi spazi industriali, luoghi abbandonati, castelli, location che andavano in contrasto con la delicatezza delle modelle. Qui trovavo molti dettagli che riempivano l’immagine. Oggi, quando sono circondato dalla natura, penso che le mie fotografie contengano meno dettagli e che questo dia all’immagine una maggiore potenza.

Una delle cose che ripeti è what you see is what you are. È qualcosa di possibile nell’advertising e nella fotografia di moda?

Questo è un punto molto importante del mio lavoro. Non ho mai fatto una distinzione tra gli incarichi commerciali e la mia ricerca artistica personale. Molti fotografi fanno questa distinzione. Ma quando costruisci dentro di te delle visioni, delle scene, dei sogni, allora cerchi di portare questa visione nel tuo lavoro commerciale, naturalmente se il budget lo consente. Ma quale era la domanda?

Se è possibile essere fedeli a what you see is what you are anche quando fai fotografia per l’advertising e per la moda.

Il mio segreto è annotare ogni idea, ogni cosa che mi viene in mente, ogni scenario e, quando ho un nuovo assignment, cerco di far quadrare la mia idea con il brief che ricevo. Quando questo match funziona perfettamente, allora realizzo una fotografia che corrisponde in pieno alla mia visione.

Infatti, chiedo spesso ai fotografi come si sentono quando espongono in una mostra una foto estratta da un lavoro più complesso come un editoriale o un reportage.

Quello che ho imparato da Helmut Newton è che ogni immagine può essere estratta da un lavoro articolato e deve contenere in sé una storia. La prima volta che ho visto i suoi lavori, ho realizzato che riusciva a raccontarmi una storia in una singola fotografia, una storia che l’osservatore può poi sviluppare. La fotografia è il cancello dell’immaginazione. Penso che i migliori fotografi siano coloro che stimolano la tua immaginazione in una singola foto, non in una serie.

Pensi che la teatralità presente nelle tue foto sia un ritorno allo stile di Helmut Newton, ma anche di Lachapelle, dopo anni di fotografia in ambienti più privati, meno scenografici?

Ciò che mi attrae non è la realtà, non è vita reale. È il mondo che posso creare con la mia immaginazione.

Tu e la tua squadra ricreate questo mondo.

Naturalmente, mi fa molto piacere che tu ne parli. Il risultato finale è frutto di un forte lavoro di squadra, ogni persona aggiunge qualcosa al lavoro e senza questo team così coordinato non si potrebbe raggiungere questo risultato.

Lavori sempre con le stesse persone?

Ogni volta che è possibile, sì. Ma è anche molto interessante incontrare nuove persone, aprire nuovi orizzonti e ottenere nuove esperienze.

Come individui le location?

Nel mio lavoro, non sono le persone, ma sono le location ad ispirarmi. Normalmente esploro le location almeno il giorno prima dello shooting, per ottenere informazioni, questo è il minimo. Fare le cose in modo spontaneo è più divertente, ma il risultato è non è certo e il lavoro è stressante. Vedo un luogo e immediatamente immagino che cosa potrebbe accadere lì. Inoltre, lo immagino già in bianco e nero.

Pensi che la tua fotografia possa esistere senza le persone?

Può essere un buon esperimento. Come ti dicevo all’inizio, mi piace esplorare e tentare nuove strade.

Nella fotografia con il grande albero, la donna è quasi nascosta.

Esattamente, è un percorso che sto sviluppando.

Nel tuo sito internet ci sono molti video.

Ogni volta che posso, invito un cameraman sul set perché trovo che il video sia un complemento fondamentale del mio lavoro. Le persone sono molto interessate a come si è arrivati ad una certa fotografia.

Infatti, la domanda che ci poniamo di fronte ad una foto è: come ha fatto?

E il video è anche un ricordo di ogni lavoro. Mentre scatto, a volte non mi rendo conto di tutto ciò che c’è intorno, mentre quando riguardo il video mi tornano in mente il divertimento, lo stess, le scelte, i movimenti che hanno portato alla fotografia.

La fotografia di moda o di advertising è spesso plastica, definitiva. Il video fa capire il contesto.

June e Helmut Newton hanno fatto video che ci hanno fatto capire quale era l’approccio alla vita di Helmut Newton. E se si comprende il suo approccio alla vita, si comprendono le sue fotografie.

Come hai incontrato June Newton?

June mi è stata presentata quattro anni fa, qui a Berlino, in occasione di una mostra. L’ho incontrata poi nella sua casa di Montecarlo, avevo con me il moke up del mio libro, ero terrorizzato, perché si sa che June dice sempre quel che pensa. Mi ha detto che apprezzava la mia fotografia ma che non avrebbe potuto fare nulla per me. Quando lo scorso anno è uscito il libro, gliel’ho spedito e lei ha deciso di invitarmi a far parte di questa grande esposizione alla Fondazione, insieme a Frank Horvat ed Helmut Newton.

È una grande responsabilità per i tuoi lavori futuri.

Infatti, penso sia una grande responsabilità, non posso deludere una persona come June che ha creduto nel mio lavoro. Continuerò a fare il mio lavoro come so farlo, e soprattutto cercherò di svilupparlo nella giusta direzione.

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