BRUXELLES: IL TIME RACCONTA LA STORIA DIETRO LA FOTO SIMBOLO DEGLI ATTACCHI. HUFFINGTON POST GIUDICA OLTRAGGIOSA LA DIVULGAZIONE DELL’IMMAGINE

fotografia attacchi di bruxelles
Foto: Ketevan Kardava, Georgian Public Broadcaster Network

Lightbox del Time, subito dopo gli attacchi di Bruxelles, ha raccontato la storia della fotografia simbolo degli attacchi di Bruxelles.
Non solo, il Time ha raccontato anche la storia di Ketevan Kardava, la corrispondente peril Georgian Public Broadcaster Network che, con l’iPhone, ha portato a casa lo scatto, e poi ha scelto di diffonderlo. “Volevo correre in un posto sicuro” ha raccontato Kardava “Ma come giornalista era mio dovere scattare quelle fotografie e mostrare al mondo che cosa era successo. Sapevo di essere la sola in quel punto”.

L’Huffington Post, due giorni dopo, pubblica un post che attacca con “oltraggio e sfruttamento”. “Kardava ha fatto il suo dovere, documentando la tragedia” ha scritto Sandip Roy sull’Huffington Post “I media hanno fatto il loro dovere, trovando un’immagine per raccontare la tragedia. L’unica persona che non aveva scelta in tutto questo era la persona che si è ritrovata sulla prima pagina di tutti i giornali del mondo”.

One comment

  1. Salve a tutti. Mi sono letto anche articolo e commenti citati, da entrambi i lati si può trovare una ragione.
    Per entrambi, intendo lato fotografo/lato soggetto.
    Il primo, dice di svolgere il suo dovere di fotografare e raccontare (personalmente ritengo più “dovere” aiutare quella persona, anziché fotografarla sotto shock e indifesa), ma non nego che da fotografo, avrei ritenuto quell’occasione, quella foto, “la foto”. Insomma, se sei abituato a vedere immagini e fotografie, sai che questa ha decisamente un potere, ti trasmette la paura e la vulnerabilità, e non te la fai scappare, a discapito del rispetto del soggetto. Non so come poi mi sarei comportato, perché fortunatamente non ero lì. E non voglio e non mi permetto di dire che queste fossero le intenzioni della giornalista, cioè lo “scoop” prima ancora dell’informazione, perché non la conosco, e non ne ho le prove. (Di certo qualcuno che mette in posa bambini con candele, in quello stesso Stato e in quella stessa occasione, c’è stato).

    Dal lato soggetto, non abbiamo ancora sentito un’opinione da parte della persona interessata, opinione che potrebbe cancellare ogni nostro discorso al riguardo. La persona, infatti, e parlo della signora indiana ferita e semisvestita, potrebbe anche essere d’accordo per diversi motivi con la pubblicazione.

    La prassi vorrebbe che prima di scattare una fotografia si chiedesse il permesso ad un soggetto che si configuri come principale ed identificabile, prassi quanto mai disattesa.
    Penso che il nodo della questione, ancora una volta, si definisca come privacy e “accondiscendenza ad essere fotografati”. E che ancora una volta, difficilmente si potrà arrivare ad essere concordi. Perché ci si trova nel caso in cui una persona che non ha manifestato la sua volontà ad essere fotografata viene presa come simbolo. Perché quella persona non avrebbe mai voluto essere fotografata in quel modo (anche per pudore) e in quello stato, ovviamente non avrebbe nemmeno voluto essere nel posto e nel momento sbagliato. Perché se per noi osservatori, brutto a dirsi, quella persona vale un’altra, per Lei stessa e i suoi famigliari?
    E’ un diritto poter scegliere quali fotografie di me possono essere pubblicate e quali no. E deve essere mio diritto chiedere che quella foto scattata senza il mio consenso possa essere ritirata, richiesta che la signora potrebbe fare. Per poi magari sentirsi rispondere che non si intendeva fotografare Lei, ma l’evento nefasto, che è qualcosa di più grande, di più importante della singola persona, e quindi sentirsi ulteriormente sminuita. (Guarda che non ci interessa il tuo corpo seminudo, ci interessa mostrare la situazione).
    Tralasciando le considerazioni di carattere fotografico (Ci fosse stato un uomo lì? Se fosse stata vestita? La fotografia avrebbe avuto la stessa forza?), certo, potrebbe sembrare paradossale, che di fronte ad un attentato “al cuore dell’Europa”- ma soprattutto, con 35 morti – si passi del tempo a disquisire sul diritto del singolo e sul valore (potenza) di una fotografia, così come è paradossale, quasi ipocrita, scrivere articoli su quest’immagine parlando di diritti della persona ma pubblicando la foto in copertina quindi perpetrando il presunto malfatto. (La questione “etica”, nella fotografia, in particolare di reportage non è un argomento risolto).
    Ma del resto, il diritto (generale) del singolo è fondamentale nella civiltà occidentale, lo sono il suo diritto (particolare) della privacy e della sua immagine, e quello della riservatezza. Perché se dovesse prevalere quello della comunità (che può essere il diritto all’informazione), sul singolo, allora non dovremmo nemmeno porci il problema della riservatezza dei nostri dati, e nemmeno dell’FBI che “apre” i nostri smartphone, visto che è tema di questi giorni.

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